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assistenza anziani mani anziano


Dal Corriere della Sera del 29 marzo 2020.

di Ambrogio Spreafico


Siamo in un momento difficile. Viviamo nella paura del contagio e delle sue conseguenze. Simul stabunt, simul cadent, recita un saggio motto latino: mai come oggi è chiaro a molti di noi che ci si salva insieme, rispettando tutti le norme per evitare la diffusione del virus. In questi giorni sono stato in contatto con i miei amici vescovi di Bergamo, Brescia, Lodi, dove la situazione è drammatica: mi raccontano degli ospedali, in cui medici e infermieri fanno del loro meglio per salvare vite, talvolta con il compito terribile di accompagnare alla morte, essendo gli unici a rompere la solitudine del paziente, isolato da familiari, amici, conoscenti.

Rimango però ancor più colpito dalla situazione degli anziani nel nostro Paese, soprattutto di quanti sono “ospiti” nelle RSA, dove non sempre si è provveduto ad attrezzarsi in tempo per evitare il contagio. Chi ha pensato che anche la vita di un vecchio ha valore fino all’ultimo istante? Gli anziani sono un “capitale umano”: non mi riferisco solo al fattore economico, dei magri bilanci familiari risollevati dalle pensioni, quanto piuttosto al valore sociale di una generazione che si è spesa per quella successiva, la nostra. L’Italia ha conquistato una vita longeva, un’età media invidiata dal resto del mondo. Dovrebbe essere un risultato da proteggere, una benedizione per un intero popolo.

Continuano, invece, ad arrivare notizie, più o meno celate, di focolai in istituti e case di riposo. Da Milano a Palermo, dalla Toscana alla provincia di Frosinone in cui mi trovo (Cassino e Veroli), ovunque ci sono anziani infetti ed altri che muoiono. Possiamo permetterci di far morire una generazione intera? Non si dovrebbero pensare delle soluzioni per chi vive in RSA per evitare il contagio e quindi l’aggravarsi della situazione? È sufficiente isolare gli infetti e proibire le visite dall’esterno, lamentandosi con le autorità pubbliche della carenza di mascherine e disinfettante, ma senza investire nella sicurezza? Non si dovrebbero fare i tamponi a tutti e portare immediatamente via coloro che non sono contagiati, per salvarli?

La condizione degli anziani dovrebbe scuotere le nostre coscienze, come le immagini terribili che arrivano dalla Spagna, dove in alcuni istituti le salme dei deceduti sono state trovate in mezzo a persone vive, disorientate e abbandonate. Oltre a ripetere il mantra “niente sarà più come prima”, è tempo di pensare seriamente al futuro, adottando soluzioni alternative al ricovero in grandi istituti anonimi o in villette isolate dal tessuto sociale della città.

Si deve favorire la permanenza degli anziani a casa, con un’assistenza più leggera e di gran lunga meno costosa per lo Stato, costruendo attorno a loro una rete di prossimità e di solidarietà. La formula c’è già, è il co-housing, piccole convivenze opportunamente monitorate e imperniate sull’assistenza domiciliare; basterebbe applicarla su larga scala, senza cedere a scorciatoie istituzionali o, peggio ancora, ad interessi di privati. Nella Diocesi di Frosinone, attraverso una sinergia tra volontariato e comune, ho voluto riprodurre questo modello funzionante da anni a Roma, ideato dalla Comunità di Sant’Egidio. La situazione degli anziani va presa sul serio, ora e nel futuro. In questo tempo aiutiamo gli anziani se sono a casa da soli, rimaniamo in contatto telefonico con loro e con quelli in istituto, e infine, ma non per ultimo, preghiamo per loro e per tutti, perché cessi questo terribile flagello, che sta mettendo a dura prova il mondo intero. Salviamo gli anziani! 

Si legga l'articolo nel formato originale

jpgNon_lasciare_gli_anziani_negli_istituti_01.jpg 

jpgNon_lasciare_gli_anziani_negli_istituti_02.jpg

Qui, l'articolo ripreso dall'inserto regionale Laziosette.

 

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