copertina-opuscolo-giubileo-donne-2010.jpgSono molto contento di essere qui con voi per questo momento di riflessione e di preghiera che ho voluto si celebrasse proprio durante il giubileo della nostra patrona, Santa Maria Salome, che fu una donna straordinaria, non perché fece cose straordinarie, ma perché nell’ordinarietà della sua vita seppe rimanere discepola di Gesù anche nei momenti difficili e di dolore, per divenire poi apostola della resurrezione.

La donna nel Nuovo Testamento

 La condizione della donna nel mondo raccontato dalla Bibbia ed anche al tempo di Gesù non era facile. La donna non aveva gli stessi diritti dell’uomo.Ad esempio una figlia era meno desiderata di un figlio. Essa poteva essere venduta come schiava dal padre per assolvere un debito. Una donna schiava non poteva essere liberata nell’anno sabbatico, come invece avveniva per l’uomo. L’uomo aveva il diritto di divorzio, non la donna. Inoltre la donna non poteva andare alla scuola di un maestro come discepola.In questo contesto culturale e religioso l’atteggiamento di Gesù nei confronti della donna suona come una novità. Possiamo dire che Gesù innanzitutto dà dignità alla donna, la considera come una persona a cui rivolgersi, con cui fermarsi a parlare, tanto che i discepoli si meravigliarono quando lo trovarono a conversare con una donna della Samaria (cfr. Gv 4).Possiamo individuare due gruppi di donne che Gesù incontra: le donne malate e quelle che lo seguono e lo assistono. La condizione di malattia della donna doveva essere ancora più tremenda di quella dell’uomo, perché la escludeva maggiormente dalla vita sociale. Diverse sono le donne malate incontrate da Gesù. Nel capitolo V del Vangelo di Marco si intrecciano due episodi che hanno a che fare con due donne: una adulta, l’altra giovane. L’emorroissa è una donna non più giovane, che soffriva da molti anni di perdite di sangue e nessuno era riuscito a guarirla. La figlia di Giairo è una ragazza, forse colpita da un male che l’aveva portata improvvisamente alla morte. Il percorso di Gesù è un cammino di guarigione. Chi si incontra con lui gli può chiedere aiuto e sperare di essere guarito. E Gesù guarisce il cuore, non solo il corpo. Per questo, dopo aver guarito l’emorroissa nel corpo, le dice: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”.
Il Signore guarisce e salva, dà ad ognuna la dignità e il dono di una vita nuova, frutto dell’incontro con lui.Commovente anche l’incontro di Gesù con la donna curva, raccontato da Luca:
10 Stava insegnando in una sinagoga in giorno di sabato. 11 C'era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta.12 Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: "Donna, sei liberata dalla tua malattia". 13 Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. 14 Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, prese la parola e disse alla folla: "Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato". 15 Il Signore gli replicò: "Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l'asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi?16 E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?".17 Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute (13,10-17).
In una sinagoga gremita di gente, Gesù si accorge di una donna curva sotto il peso della malattia e delle difficoltà, la chiama a sé tra lo stupore generale e la guarisce. Non c’è legge che possa impedire al Signore di aiutare e di guarire coloro che sono prigionieri del male. Gesù non fa distinzione tra donna e uomo. La stessa attenzione, la stessa compassione, la stessa misericordia, indicano la pari dignità con cui il Signore si rivolge alla donna e all’uomo malati. Egli non accetta che il male possa dominare la vita delle persone. Il suo amore compassionevole libera le donne e gli uomini dal male e li apre a una vita nuova. La donna curva rappresenta davvero tante donne anche di oggi, vicine e lontane da noi, curve sotto il peso e la fatica di una vita difficile. Anche nella nostra terra talvolta la vita della donna è più pesante di quella degli uomini. Capita di camminare curve sotto il peso dei problemi, delle difficoltà, dei pensieri assillanti. E quando si cammina curvi, ci si abitua a non alzare gli occhi, a guardare solo se stessi, restando facilmente prigionieri del proprio io.Nei vangeli sono nominate poi diverse donne che seguono Gesù. Alcune hanno un nome, come quelle che lo seguono fin sotto la croce: Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe,Salome, e l’altra Maria (Mt 27,55.61; 28,1). Sono le sole, insieme all’apostolo Giovanni, che non abbandonano Gesù nel momento del dolore. Esse appaiono come le vere discepole, a differenza degli apostoli e degli altri, che “abbandonatolo, fuggirono” (Mt 26,56). L’evangelista Marco sottolinea che nel luogo della crocifissione c’erano solo alcune donne che “lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea” e molte altre donne, che non vengono nominate (15,40-41). Seguire Gesù le qualifica come un esempio da imitare, perché restano con Gesù fino alla fine. Inoltre esse appaiono come persone che “servono” il Signore. Lo stesso viene detto della suocera di Simone, dopo che fu guarita (Mc 1,31). Nel servire Gesù si rivela una particolare attenzione e cura delle donne per la vita del Signore, per la sua persona e le sue necessità, cosa che non viene detto degli apostoli, anche se il servizio qualifica la vita del discepolo, come dirà Gesù(Lc 17,7-10). È una donna che si prende cura del corpo di Gesù prima della passione, compiendo un gesto di amore che sarà ricordato come Vangelo:
3 Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4 Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: "Perché questo spreco di profumo? 5 Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!". Ed erano infuriati contro di lei.6 Allora Gesù disse: "Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un'azione buona verso di me.7 I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8 Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9 In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto" (Mc 14:3-9).
La reazione di alcuni dei presenti è comprensibile. Il gesto della donna apparirebbe davvero come uno spreco pure nel nostro “mondo mercato”, in cui ciò che conta è avere e possedere.Ma l’amore vero è gratuito, non risponde al calcolo, non è avaro, perché chi dà solo per ricevere il contraccambio non sarà mai contento. La gioia viene dal dare gratuitamente e non dalla difesa del proprio.Alcune donne che seguono Gesù con gli apostoli, lo assistono e si prendono cura di lui, sono nominate dall’evangelista Luca al capitolo 8: “In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità. Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni.” (vv. 1-3). È bello vedere come delle donne guarite da Gesù da malattie del cuore e del corpo, diventano discepole, lo accompagnano con gli apostoli mentre egli comunica il Vangelo del Regno. Alcune di loro saranno le prime testimoni della resurrezione, di quella vita nuova iniziata con la Pasqua. Ma già la Samaritana, una peccatrice, fu la prima ad andare dagli abitanti della sua città a comunicare la gioia dell’incontro con il Signore, che unico aveva compreso la sua condizione e il suo bisogno di perdono e guarigione (Gv 4,39-42). Tutti, anche chi ha una vita difficile, possono essere discepoli e apostoli, inviati ad annunciare e a testimoniare la bellezza della vita cristiana, l’amicizia con Gesù che guarisce, libera e salva.Anche nelle lettere di Paolo, il cui contesto storico culturale non era diverso da quello di Gesù, le donne hanno un ruolo importante. Se è vero che Paolo considera la donna sottomessa all’uomo secondo la mentalità del tempo, ciò non gli impedisce di includere molte donne tra i suoi stretti collaboratori nella comunicazione del Vangelo e nella edificazione della comunità. Basti pensare che su una sessantina di collaboratori di Paolo citati esplicitamente nelle sue lettere, circa un terzo sono donne. L’apostolo è certamente più aperto dei suoi contemporanei sia ebrei che greci. Ad esempio Febe, latrice della lettera ai Romani (Rm 16,1-2), è una diaconessa della comunità di Cencre, la città portuale di Corinto. Secondo la testimonianza paolina il diacono non aveva solo un ruolo amministrativo, ma era anche un ministro della Parola. Il fatto che Paolo nelle sue lettere raccomandi Febe e altre donne mostra che l’apostolo è consapevole della difficoltà che le donne avrebbero incontrato in alcuni membri della comunità. Ad esempio Prisca (abbreviazione di Priscilla) occupa una posizione più importante del marito Aquila. Sono Priscilla e Aquila che istruiscono Apollo, un altro ministro del Vangelo (Atti 18,26). Andronico e Giunia sono chiamati apostoli, mentre in Fil 4,2-3 sono menzionate altre due donne che hanno collaborato con Paolo per il Vangelo.Le donne nei Vangeli e nelle prime comunità cristiane vivono la stessa dignità di discepole degli uomini. Tutti possono essere e devono essere discepoli quando incontrano Gesù. Anzi esse sono presentate come modello di discepole, perché rimasero con il Signore fin sotto la croce. Maria, sorella di Lazzaro, riassume bene l’atteggiamento del discepolo, che ascolta innanzitutto la parola di Gesù: “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse:
"Signore, non t'importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti". Ma il Signore le rispose: "Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10:38-42).
La parte migliore è quella del discepolo, che non si lascia dominare dalla fretta e dall’agitazione del fare, bensì ascolta il Signore invece di se stesso.La Vergine Maria, madre di Gesù, si presenta fin dall’inizio dei Vangeli come un modello di discepola, anzi ella è la prima discepola, perché ascoltò la Parola di Dio invece di ascoltare se stessa: per prima infatti ascoltò la Parola di Dio annunciata da un angelo e rimase con il Figlio fin sotto la croce. Per questo, come dice Sant’Agostino, “fu per lei maggiore dignità e maggiore felicità essere stata discepola di Cristo che essere stata madre di Cristo”. Nessuno sarà davvero madre se non ha imparato ad essere discepolo.Donne sante nella nostra terraI Vangeli ci riportano ancora alla nostra patrona, Santa Maria Salome. La conosciamo per le poche notizie conservateci nei Vangeli, che la vedono accanto a Gesù in alcuni momenti cruciali. Secondo i Vangeli doveva far parte di quel piccolo gruppo di donne che seguivano Gesù e lo accompagnarono fin sotto la Croce. Ella è ritenuta essere la madre degli apostoli Giacomo e Giovanni. Discepola, donna, madre di apostoli: ecco le sue caratteristiche.Tra le donne che seguivano e servivano il Signore doveva esserci anche lei. Seguire e servire sono due caratteristiche del cristiano. Maria Salome si fa nostra compagna di strada, perché nella vita impariamo a seguire e servire il Signore. Seguire significa non fare di testa propria, non ascoltare se stessi, non agire di istinto secondo le proprie abitudini, ma cercare di stare con Gesù ascoltando la sua Parola. Per questo Maria Salome fu discepola del Signore, ma anche madre degli apostoli Giacomo e Giovanni ed essa stessa apostola, cioè testimone della gioia e della bellezza di chi diventa amico di Gesù.Essere discepoli di Gesù, cioè essere cristiani, non è solo professare delle verità, è una fede che si fa ascolto della parola di Gesù e diventa un modo di vivere umano e compassionevole. Se perciò si è discepoli, si impara anche ad essere madri, cioè a comportarsi con amore e attenzione verso gli altri, a partire dai poveri e da coloro che hanno bisogno.A lei mi piace associare alcune donne nate in questa terra e che, in modi diversi, ci hanno lasciato tracce di una vita di fede e di santità. Vorrei ricordarne tre in particolare, vissute tra l’Ottocento e il Novecento: Santa Maria De Mattias (1805-1866), la Beata Maria Caterina Troiani (1813-1887), la Beata Maria Fortunata Viti (1827- 1922).
Maria DeMattiasnacque a Vallecorsa in un periodo turbolento per la Chiesa e per la società. Vallecorsa, terra di confine, passò in pochi anni dallo stato pontificio al dominio napoleonico per ripassare poi sotto l’autorità del papa. Fazioni opposte non facevano che combattersi appena la situazione politica cambiava. Pensate che in quell’anno nacquero a Vallecorsa78 bambini, ma erano morte 107 persone, in maggioranza bambini. Se la vita era difficile per tutti, lo era ancor più per le donne, il cui unico compito era quello di accudire alla casa e di badare ai figli, di solito molto numerosi. Niente istruzione, se non quella del catechismo, nessun ruolo nella società. Maria si ribellò allo stile di vita di questo mondo, alla logica della violenza e del terrore, di una vita senza senso, soggetta a regole sociali che tutti accettavano supinamente. Dopo la barbara esecuzione di un tale responsabile di omicidio, il cui corpo fu squartato e le membra esposte sulla porta della cittadina alla pubblica esecrazione, Maria sentì l’orrore per una società così violenta. Davanti a Gesù agnello di Dio, mite e umile disse: “Questa brutta storia è fatta per essere bella e il cambiamento dipende anche da me. La vita è vocazione. Dio mi ha chiamata a collaborare con lui. Devo avere coraggio! Devo essere un agnello anche io, disposta a dare il sangue per amore”. La risposta a un modo violento di vivere, così diffuso anche tra noi, è infatti la conversione, come ebbe modo di dire Gesù a coloro che si chiedevano di chi fosse la responsabilità della morte violenta di alcuni: “Se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo” (Lc 13,1-5). Maria comprese così che era necessario che la fede non fosse solo un fatto di tradizione, ma che parlasse a quel mondo violento e ignorante, che divenisse cultura, umanesimo. Partì dalle donne del suo tempo. Chiamata a fare da maestra, divenne educatrice e missionaria. Spiegava la parola di Dio ai poveri che le si assiepavano attorno. Sentiva compassione per le folle come Gesù. “Beate noi donne, alle quali è riservato un ruolo importante nel regno di Dio. La messe è molta, ma le operaie sono poche”. Voleva che le chiese dove pregavano le sue comunità fossero accessibili dalla strada, affinché tutti potessero entrare ed ascoltare le sue predicazioni. Sentiva che nelle tante divisioni del mondo le sue comunità dovevano testimoniare l’unità. Così comincia la prima Regola: “In primo luogo vi sia perfetta vita comune”. Le nuove donne dovevano lasciarsi dominare da un solo fine e lavorare concordi: La santa aveva stabilito che si riabituassero ad abolire il concetto di “mio”, familiarizzando con l’espressione “nostro”. Instancabile, viaggiava molto per comunicare la forza di questo spirito, che nasceva dalla preghiera, dall’amore per la Parola di Dio, dalla sua identificazione con Gesù redentore, agnello mite e umile di cuore.Un’altra vicenda quella di Maria Caterina Troiani, nata a Giuliano di Roma non in tempi migliori, tanto che il padre fu accusato di aver ucciso la moglie per gelosia. Così la figlia Costanza, poi Maria Caterina, fu affidata al Conservatorio di Santa Chiara di Ferentino, dove venne ammessa alla vestizione l’8 dicembre 1829 e alla professione l’anno seguente abbracciando la vita religiosa. Là visse in serena obbedienza e conformazione al Signore crocifisso come “sposa crocifissa dello Sposo crocifisso”, sentendo in sé i segni della passione del Signore. Ma fin dall’inizio nutrì il forte desiderio di oltrepassare i confini del suo piccolo mondo: “Nel 1835 il Signore mi fece intendere volere da me cosa alla sua maggior gloria”. “…L’opera alla maggior gloria di Dio era la conversione di popoli oltre mare, ricevuta nell’atto di ricevere una grazia specialissima”, come scrissero di lei. Maria Caterina era rimasta toccata nel profondo dalla predicazione del Beato Domenico della Madre di Dio, il quale esortava le religiose del Lazio a pregare per la conversione dell’Inghilterra. Ma la terra d’oltre mare per Madre Caterina non sarebbe stata l’Inghilterra, bensì l’Egitto. Anche da umili origini Dio chiama a grandi orizzonti. Il Signore apre il cuore delle donne e degli uomini perché escano dai loro piccoli confini. Che cosa erano Vallecorsa, Giuliano di Roma o Ferentino di fronte ai popoli d’oltre mare? E’necessario tuttavia ascoltare la voce della predicazione, farsi toccare dalla Parola di Dio, e credere, come disse la Beata, che ogni mattina bisogna dire a se stessi che “oggi ho da essere migliore di ieri”. E’ la domanda di conversione, di cambiamento di se stessi, che Gesù rivolge ogni giorno a tutti coloro che vogliono vivere come cristiani. Maria Caterina dovette attendere fino all’agosto del 1859 – 24 anni dopo quel lontano 1835 – per lasciare con altre sei suore il monastero di Ferentino alla volta del Cairo, dove giunsero il 14 settembre. Anche lì, come per Maria De Mattias seppure in ben altre condizioni, la sua ansia missionaria si sposò subito a un’esigenza concreta ed educativa: salvare le bambine che sarebbero state vendute come schiave conferendo loro la necessaria educazione umana e cristiana. La sua ansia missionaria non le impedì di mantenere sempre un rapporto positivo con i musulmani, anzi godeva la stima dei viceré Saìd Pascià e Ismail. Al Cairo la comunità crebbe e giunse per vari motivi a separarsi da Ferentino. Ma fu proprio l’apertura ai popoli d’oltre mare con la fondazione in Egitto che infine rese possibile la rinascita dell’Istituto in Italia. Senza missione e senza amore per i poveri la Chiesa e ogni comunità cristiana si inaridisce e muore: questo rimane il messaggio fondamentale di Maria Caterina. Ma l’ansia missionaria nasce da un rapporto personale e profondo con il Signore morto e risorto e con la sua Parola di vita. Da lì tutti possono diventare discepoli e missionari, sia nel paese dove continuano a vivere, come avvenne a Maria De Mattias, sia lontano, come per Maria Caterina.Ben diversa fu la vicenda della Beata Maria Fortunata Viti, monaca del monastero Benedettino di Veroli per ben 72 anni, dopo i 24 passati in una famiglia numerosa e difficile, di cui dovette occuparsi dopo la morte della madre in giovane età. Che cosa può dire una donna vissuta così a lungo in un monastero a un mondo di donne e uomini del nostro tempo, dominati dalla fretta e dalla smania di avere sempre di più, dove lo spazio della preghiera e della vita con gli altrisi va via via riducendo? Eppure proprio Maria Fortunata ci aiuta a comprendere e ad appezzare quella parte necessaria della vita, che Gesù ricorda a Marta, sorella di Maria, che invece di agitarsi intorno a Gesù si era messa ai suoi piedi ad ascoltarlo: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta” (Lc 10,38-42). La comunione con il Signore attraverso l’ascolto e la preghiera avvicina agli altri, fa vivere nell’amore e in pace, libera dalla fretta che angoscia. Per questo la Beata nutriva un’attenzione particolare per le sorelle malate (era stata per tre anni infermiera) e i bisognosi di aiuto. Non era portata a pensare male delle altre. Piuttosto ne diceva bene, ne esaltava i pregi e scusava i difetti, metteva sempre pace. Offesa non rispondeva in modo sgarbato, anzi l’offesa era un’occasione per sovrabbondare nell’amore. Aliena da controversie e litigi, si rallegrava del bene invece di portare invidia. “Potenza e carità di Dio” era la sua esclamazione di fronte a quanto di bene e di bello poteva ammirare nella creazione e negli altri. Lo stupore è la porta della fede perché fa scoprire le meraviglie operate da Dio e libera dall’ossessione di se stessi, come se fossimo sempre noi i protagonisti, o altre volte le vittime, di quanto avviene. Questa fu anche la sua fede, nutrita di umiltà e pazienza, e la sua santità.


La donna, discepola e madre

Queste donne sante ci aiutano a riflettere su ciò che conta nella vita. Benedetto XVI durante l’udienza generale del 1 settembre scorso ebbe a dire citando l’enciclica di Giovanni Paolo II Mulieris dignitatem: "La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del genio femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e a tutte le nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del popolo di Dio, per tuttelevittoriecheessadevealla lorofede,speranzaecarità;ringrazia per tutti i frutti di santità femminile" (n. 31).
E’ come se oggi queste donne fossero qui con noi e ci guardassero con amore, comprendendo le gioie e le fatiche delle nostre giornate. Insieme a loro vedo in voi le tante donne della nostra terra, a cominciare da quelle che riempiono le chiese e si rendono disponibili per i diversi servizi alla casa di Dio, talvolta nell’umiltà e nella semplicità, dalla catechesi alla pulizia della chiesa, dall’aiuto materiale ai sacerdoti all’insegnamento della religione, dall’animazione liturgica al servizio della carità. Vedo anche le donne malate o anziane, e magari spesso sole durante la giornata. Vedo quelle che più di altre vivono momenti difficili per motivi economici o familiari. Vedo quelle sole, vedove, separate o divorziate. Comprendo la fatica nell’educazione dei figli, oggi spesso disorientati ed egoisti in una società matrigna, che li illude senza aiutarli a crescere. Vedo le giovani, talvolta incerte mentre guardano al futuro, altre volte prigioniere di facili illusioni di una “società mercato”, dove ciò che conta è l’apparenza e non il cuore. Vedo anche le tante donne lontane da noi: quelle dell’Africa sempre più dimenticata, donne a cui è impedita l’istruzione, donne sfruttate per il piacere dei ricchi o ridotte in schiavitù (quante se ne vedono anche sulle nostre strade; e tante sono giovanissime!), donne che non vedranno mai i loro figli nascere o crescere oltre i primi anni di vita, perché uccisi dalle malattie, dalla malnutrizione o dalla guerra. Quanta sofferenza nel mondo! Quante donne curve sotto il peso insopportabile di una vita dura e nella povertà! Quanti orfani senza più una madre che li faccia crescere.Oggi voi siete come le donne che seguivano Gesù. Avete voluto essere qui insieme per riflettere e per pregare, per ascoltare la Parola del Signore e non voi stesse. Avete scelto come Maria, la sorella di Marta e di Lazzaro, la parte migliore, che non vi sarà tolta. Abbiamo tutti bisogno di ascoltare la parola di Gesù, perché essa ci solleva dalle nostre fatiche, come sollevò quella donna curva del Vangelo, perché possiamo finalmente guardare con amore e compassione gli altri, non con diffidenza, inimicizia, rancori, invidia, gelosia, giudizio, e perché possiamo anche volgere lo sguardo oltre noi stessi verso le tante donne che soffrono più di noi. Non dimenticatele. Portatele nel cuore e soprattutto nella preghiera.Penso a voi come madri. Si legge nell’enciclica Mulieris dignitatem:
 “La maternità contiene in sé una speciale comunione col mistero della vita, che matura nel seno della donna: la madre ammira questo mistero, con singolare intuizione «comprende» quello che sta avvenendo dentro di lei. Alla luce del «principio» la madre accetta ed ama il figlio che porta in grembo come una persona. Questo modo unico di contatto col nuovo uomo che si sta formando crea, a sua volta, un atteggiamento verso l'uomo - non solo verso il proprio figlio, ma verso l'uomo in genere -, tale da caratterizzare profondamente tutta la personalità della donna. Si ritiene comunemente che la donna più dell'uomo sia capace di attenzione verso la persona concreta e che la maternità sviluppi ancora di più questa disposizione”.

 Sono parole belle e profonde, che aiutano a comprendere il valore del generare come un dono di amore. Siate consapevoli dell’importanza della vostra condizione di madri, anche se oggi è facile scoraggiarsi di fronte ai figli, che nel disorientamento della società ascoltano talvolta più altri che voi, o sono attratti da modelli di vita che non condividete. Siamo in un mondo del tutto e subito, dove la dittatura del materialismo inganna tanti giovani. E così spesso i figli pretendono e i genitori cedono per compiacerli o per paura di perdere il loro affetto. Ma non sarà nel dire sì ad ogni richiesta che vi vorranno più bene. Essere madri oggi è una grande sfida. Il mondo ha bisogno di donne che sanno essere madri, educando i loro figli con la pazienza e l’intelligenza dell’amore, e preoccupandosi anche di quelli degli altri (penso ai catechisti o ai docenti che si trovano di fronte a bambini e giovani che soffrono di situazioni familiari difficili). Non scoraggiatevi. L’educazione è anche imitazione. Se sarete un esempio di umanità e di vita cristiana, i vostri figli, i bambini, e i giovani che incontrate, impareranno da voi anche senza dirvelo. La Chiesa ha bisogno della vostra maternità. La Chiesa stessa è nostra madre, perché ci genera alla fede e ci nutre con la Parola di Dio e dell’Eucaristia.In un mondo conflittuale e litigioso come il nostro abbiate in voi gli stessi sentimenti materni del Dio di Israele e di Gesù, che è “lento all’ira e grande nell’amore e nel perdono”. La carità sia la compagna delle vostre giornate, come ci esorta l’apostolo Paolo in quell’inno all’amore che dovrebbe esservi di guida e di sostegno anche nei tempi difficili: “La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d'orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,non gode dell'ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13:4-7). Non cedete alla violenza e alla prepotenza così diffuse nella nostra società, ma il genio femminile sia portatore di mitezza, affabilità, gratuità.La vostra maternità esprime gratuità. Siate madri dei bambini e dei ragazzi che vi sono affidati per la catechesi o degli alunni delle scuole dove insegnate. Comunicate loro il tesoro e la bellezza della vita cristiana assieme all’affetto che talvolta non ricevono nelle loro famiglie. Madri si può essere tutti e a qualsiasi età. I nonni oggi spesso fanno anche da madri e da padri. Quanto bene potete fare! La Chiesa conta su di voi, sul vostro sostegno e sulla vostra testimonianza. Siete un bene prezioso. Non dimenticatelo. La vostra preghiera è una sorgente di amore per tutti, soprattutto in questo tempo difficile, dove l’individualismo toglie spazio all’amore e alla comunione, dividendo gli uni dagli altri. Nei momenti difficili è necessaria una rivolta spirituale. Nella Bibbia sono spesso le donne protagoniste di questa rivolta, che riuscì a trasformare situazioni impossibili, perché “niente è impossibile a chi ha fede”. Penso a Debora, di cui si parla nel libro dei Giudici al capitolo IV, che a differenza degli uomini che guidavano l’esercito di Israele, riuscì a sconfiggere il nemico salvando il suo popolo. Ella infatti era una profetessa, cioè ascoltava la Parola di Dio e non se stessa. Ester e Giuditta sono altre due donne che per la forza della loro fede liberarono il loro popolo dall’oppressione e dalla paura di essere sterminato. Siate come loro!Un’ultima cosa vorrei chiedervi. Nell’individualismo e nel materialismo crescenti i deboli e i poveri sono sempre più abbandonati e soli. Spesso sono disprezzati e vittime di pregiudizi che sono come una condanna: gli stranieri sono considerati invasori, gli zingari solo ladri, i poveracci gente che non vuol lavorare. Ma pensate agli anziani. Quanti sono soli durante la giornata. E tanti vivono nei cronicari. Chi li aiuta?Chi li va a trovare? Sono rimasto scandalizzato visitandone alcuni, nel sapere che talvolta neppure i figli ci vanno. Quale ingiustizia! Gente che ha sofferto e ha speso la vita per noi e per il benessere di questa terra, e ora sono abbandonati a se stessi. Quanto egoismo! Vorrei che tutti, a cominciare da voi che siete qui, vi assumeste l’impegno di diventare loro amici, costituendo in ogni parrocchia un vero e proprio servizio di amicizia agli anziani, che senza amore muoiono. Siate voi per prime testimoni di questo amore gratuito nelle realtà in cui vivete e operate. Ve ne sono grato!Santa Maria Salome, nostra patrona, assieme alle donne sante di questa terra, vi aiutino, vi sostengano nelle difficoltà, proteggano le vostre famiglie, i vostri figli, vi rendano cristiani gioiosi di dare qualcosa di sé agli altri. E preghiamo l’uno per l’altro per essere forti nella fede e nell’amore. La Vergine Maria, tanto venerata nella nostra terra, stenda il manto della sua misericordia su tutti noi, ci protegga, ci custodisca e ci conduca verso il Figlio Gesù Cristo, di cui fu discepola e madre.
firmaspreafico-mini.jpg