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XXIX domenica del Tempo Ordinario - Anno C
 – Es 17,8-13; 2 Tm 3,14,4-2; Lc 18,1-8
 

Care sorelle e cari fratelli, non c’è modo migliore di concludere questi giorni che ci hanno visti insieme a riflettere sulla Domenica che celebrando la Divina Liturgia, come la chiama la Chiesa d’Oriente.
Divina, perché è la manifestazione di Dio tra noi, è il cielo che si abbassa fino alla terra, è il Signore che si avvicina, si umilia per venire a cercare gente come noi, che per orgoglio si perde dietro se stessa, dimenticando che siamo fatti per la gloria di Dio e non per la nostra gloria. La Domenica, il settimo giorno dei cristiani, il giorno della resurrezione, della trasfigurazione di Dio che trasfigura anche noi. Non siamo oggi in una cattedrale né in una delle nostre belle chiese.

 Ciò tuttavia esalta il fatto che la Chiesa è costituita innanzitutto da uomini e donne convocati dal Signore, da gente dispersa che ritrova la sua unità: da tanti individui isolati si forma un noi, il noi della comunità. Rendiamo grazie al Signore perché almeno nel giorno di Domenica possiamo guardarci come amici e come fratelli e comprendere che questa è la realtà più bella e più preziosa che noi possiamo comunicare al mondo, ed è anche la nostra gioia. Non è vero infatti che la gioia viene isolandosi dagli altri, cercando il proprio interesse, godendo in solitudine del proprio benessere e magari ostentando agli altri la propria ricchezza. La felicità vera è qui, perché la Santa Messa della domenica ci distoglie per un po’ da noi stessi e porta tutti davanti a Dio, il cui amore ci accoglie e ci riveste. Oggi qui non ci sono divisioni né distinzioni: ognuno fa parte dello stesso popolo, dal vescovo al sacrestano, dall’anziano al giovane, dal lavoratore allo studente, dal ricco al povero, dal bambino al grande.    Siamo la famiglia di Dio. E non siamo solo noi. C’è tutta la diocesi. Alla liturgia della terra si unisce poi quella del cielo. Ci sono con noi i patroni della nostra diocesi, Santa Maria Salome, la donna della resurrezione, di cui proprio oggi concludiamo questo anno straordinario del giubileo. Le sue reliquie sono passate in tante nostre parrocchie esortandoci a diventare come lei amici di Gesù, seguendolo e ascoltandolo, imparando la compassione e l’amore. Il martire Ambrogio, che come il martire Lorenzo e i martiri, ci aiuta a vivere donando e non tenendo per noi, perché “chi vuol salvare la sua vita, la perde”, solo chi la dona la salva. C’è la Madre di Dio, la Vergine Maria, tanto amata e venerata nella nostra terra, lei che prima di essere madre di Dio fu discepola, perché ascoltò la sua parola e non se stessa. Ci sono poi i patroni di Frosinone, i papi Ormisda e Silverio, e tutti i patroni delle nostre città e paesi, insieme alle sante e beate della nostra terra. Nella comunione dei santi si uniscono alla lode al Signore come parte della nostra grande famiglia tutti coloro che ci hanno preceduto nella fede e che sono stati a noi cari, a partire da quei giovani che ci sono stati sottratti dalla malattia, dalla violenza della natura o della strada. Oggi vorrei ricordare in particolare a due anni dalla morte il mio predecessore, Mons. Salvatore Boccaccio, che, come ho detto venerdì, ci lascia come preziosa eredità la sua bontà, assieme alla sua attenzione ai deboli e ai poveri.     Cari amici, come vedete, nella Liturgia della domenica davvero si ricostituisce quel’unità che neppure la morte può spezzare. Rendiamo grazie al Signore per questo. Qui riscopriamo la forza della preghiera e della Parola di Dio, come abbiamo ascoltato nelle letture di oggi. Forse è vero anche per noi quanto ci ha raccontato il libro dell’Esodo: le nostre braccia si stancano come quelle di Mosè, ma talvolta più che per l’intensa preghiera, per la rassegnazione che ci fa pregare poco o ci fa ritenere inutile o inefficace la preghiera. Si va a un pellegrinaggio e si prega intensamente, ma poi si torna e tutto ricomincia come prima. Nel giorno del Signore i fratelli sostengono le nostre braccia, perché non ci stanchiamo di alzarle verso Dio e nessuno le alzi più contro gli altri.    Gesù ci pone una domanda preoccupante: “Il Figlio dell’uomo - cioè il Signore -, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” Questa domanda è rivolta a ognuno di noi, non è solo per quelli che non credono. La fede, care sorelle e cari fratelli, si nutre di preghiera insistente, altrimenti si inaridisce e muore. Ma noi preghiamo con insistenza? Leggiamo le sacre Scritture fin dall’infanzia, come ci ha esortato l’apostolo Paolo? O non siamo presi piuttosto dal fare, dalla fretta e dagli impegni, che ci impediscono di fermarci per la preghiera? La preghiera cambia i cuori e il mondo. Ha una forza che neppure ci immaginiamo. E se non cambia nulla nella nostra vita e intorno a noi, non dipende solo dalle difficoltà del nostro tempo o dagli altri, è anche perché la nostra fede è troppo piccola, debole, perché la viviamo con abitudine, non la nutriamo con la parola di Dio. Abbiamo parlato della Messa della domenica. Talvolta basta poco per non andarci, un inconveniente, un impegno, parenti che vengono a trovarci, olive da raccogliere. Siamo come quegli invitati al banchetto di cui parla il vangelo: chi doveva comprare un campo, chi dei buoi, chi doveva sposarsi. Insomma ognuno aveva i suoi impegni. Quante giustificazioni davanti a Dio! E così ci priviamo spesso della gioia della domenica, che renderebbe ognuno migliore e più umano, ci libererebbe da quella fretta che impedisce di parlarci, ascoltarci, aiutarci, volerci bene. Qui il Signore ci parla e noi finalmente non ascoltiamo noi stessi, ma la sua parola. Attraverso di essa il Signore ci educa, ci corregge, come dice Paolo: “Conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene mediante la fede in Cristo Gesù. Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona”. Abbiamo bisogno di essere corretti ed educati nella giustizia, perché il mondo è profondamente ingiusto, mentre noi pensiamo di essere nel giusto e non accettiamo la correzione di nessuno. Il vangelo ci ha parlato di una povera vedova che reclamava giustizia. Nel mondo ci sono milioni di persone come quella vedova. Donne e uomini che vivono nella miseria, che muoiono per niente, oppressi dalle guerre e dalla violenza. Anche nel nostro paese ci sono ingiustizie: vecchi abbandonati a se stessi, bambini poco amati, stranieri e rom disprezzati. E quanta violenza, litigi, inutili rabbie, poco rispetto degli altri, prepotenza, ostentazione di sé. Così diventa il mondo senza la domenica, senza il dono della presenza di Dio. Oggi ci facciamo voce di tutte le donne e gli uomini di questa terra. Con insistenza come quella vedova ci rivolgiamo all’Altissimo perché ascolti la nostra preghiera per la giustizia e la pace, perché vinca l’amore sull’odio, l’amicizia sulla divisione, la solidarietà sull’interesse personale. Siamo certi che, anche se la nostra fede è piccola, il Signore ascolterà la nostra preghiera per la conversione di noi tutti e per il cambiamento del mondo. Nella Liturgia ci sentiamo già trasfigurati, tutti migliori, tutti più belli, tutti più umani. Abbiamo voluto celebrare questa Santa Liturgia con il calice del miracolo eucaristico di Veroli, perché anche oggi noi possiamo vedere tra noi la bellezza di Gesù, che ha versato il suo sangue e spezzato il pane per la nostra salvezza, e così essere guariti nel cuore. Rendiamo grazie a Dio per il dono che continua farci e per questi giorni che ci ha dato la grazia di vivere e di gustare. Davvero è “bello e dolce che i fratelli stiano insieme”. 

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In Streaming il Video dell'Omelia nella S. Messa finale del IX Convegno Diocesano

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