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Care sorelle e cari fratelli, caro Silvio,
   siamo ormai alle soglie del Natale in questo tempo di Avvento nel quale la Parola di Dio ci ha chiesto più volte di vigilare e di pregare per disporci con il cuore e la vita ad accogliere Gesù in mezzo a noi. Talvolta noi ci rivolgiamo al Signore, alla Vergine Maria e ai santi come se fossero dei maghi. Chiediamo segni, miracoli, ma non ci accorgiamo che il segno che Dio ci dona ogni giorno è la presenza del Signore tra noi, soprattutto nel giorno di Domenica, quando nella Celebrazione Eucaristica egli si fa vicino, si offre come cibo che sazia la nostra fame e sete di vita e di amore. Qui noi lo incontriamo, lo riconosciamo, lo lodiamo e ringraziamo in unità con la comunità dei fratelli. Nel giorno del Signore noi ritroviamo quell’unità che spesso perdiamo durante la settimana. La Messa della Domenica ci riconduce alla nostra vera umanità: donne e uomini che hanno bisogno l’uno dell’altro, che si ritrovano come sorelle e fratelli, al di là delle differenze, delle divisioni, delle inimicizie, per formare quell’unica famiglia di Dio di cui la Chiesa e ogni comunità sono il segno.
   Comprendiamo allora meglio perché la Chiesa abbia bisogno di uomini che rispondano con generosità alla chiamata di Dio per mettersi al suo servizio come ministri dell’altare. Sono contento perciò che Silvio abbia voluto essere tra loro con perseveranza e obbedienza, accettando di fare un cammino impegnativo di ascolto, di servizio, di maturazione umana e spirituale. Del resto la via verso il sacerdozio non è qualcosa di precostituito, come talvolta si crede. Al contrario essa deve essere sempre per tutti la risposta a una chiamata che si realizza in maniera personale, con i tempi che il Signore richiede ad ognuno, un itinerario di maturazione che non termina né con il diaconato né con il sacerdozio. Guai se un sacerdote pensasse che una volta ordinato deve ormai solo mettere in pratica quanto ha imparato negli anni della formazione, e non si impegnasse a crescere in umanità e grazia.  Guai ancor più se già lo pensasse negli anni del seminario. Sarebbe un grave errore e recherebbe danno alla Chiesa di Dio. La vita sacerdotale non è in questo diversa dalla condizione di ogni cristiano, che è conversione quotidiana al Signore, cioè volgere l’interesse e lo sguardo da se stessi verso il Signore che ci parla. Noi, caro Silvio, cari seminaristi e sacerdoti, siamo e rimaniamo tutti diaconi, cioè servi. La dimensione diaconale del ministero ordinato rimane impressa nella vita del presbitero e del vescovo stesso come una parte essenziale della loro consacrazione e del loro impegno ecclesiale. Gesù è stato fin troppo chiaro con i suoi discepoli, che discutevano su chi dovesse essere il più grande: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,35). Gesù usa proprio la parola greca diaconos, diacono. Quanto tempo passato a discutere, magari dentro di noi, su chi è il primo, il più importante, il più considerato, sul ruolo e sul posto che si ricoprono. Quante energie sprecate nel desiderio di essere primi e grandi alla maniera umana, e non in modo evangelico. Eppure il Signore non nega ai discepoli il desiderio di essere grandi, ma ci ricorda che l’unica grandezza è quella del servizio. E il servo sa che, anche quando ha compiuto il suo dovere, deve ancora preparare la mensa per il suo Signore. Il servizio cioè non si quantifica in orari, tempi, impegni, ma è un modo di essere e di vivere, il modo di vivere del cristiano, e in primo luogo del diacono e del sacerdote. Caro Silvio, che sia questa la tua vita per sempre.
   L’Apostolo Paolo aveva ben compreso questa dimensione della vita del discepolo. Egli stesso all’inizio della lettera ai Romani, che abbiamo ascoltato, si presenta come un doulos, un servo, anzi uno schiavo di Gesù Cristo, uno che non fa innanzitutto la sua volontà, che non agisce di testa sua, secondo i suoi sentimenti e le sue convinzioni. Egli è apostolo perché si è fatto servo di Gesù Cristo “scelto per annunziare il vangelo di Dio”. Oggi la Chiesa e il mondo hanno bisogno di uomini e donne che si fanno servi di Cristo per annunciare il vangelo. In questo i cristiani sono radicalmente diversi da questo mondo, che ci vuole grandi in ben altro modo. Il nostro modo di vivere da servi viene così ad essere una continua contestazione della mentalità corrente, per cui tutto è dovuto, tutto è pretesa, possesso, ma soprattutto secondo cui la propria realizzazione coincide con l’affermazione di sé, delle proprie convinzioni e delle proprie attitudini.
   Proprio la figura di Giuseppe, seppur così poco presente nei vangeli, ci aiuta a capire chi è il servo.  Egli era giusto, ma la sua giustizia non fu quella di agire secondo le sue convinzioni. La sua giustizia fu quella di ascoltare l’angelo del Signore, che gli chiese di agire in contrasto con la sua decisione di ripudiare Maria. ”Giuseppe – dice il vangelo - fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa”. E’ lo stesso atteggiamento di Maria, che nonostante l’incertezza e la paura, ascoltò la parola dell’angelo invece di se stessa: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola”. Proprio a motivo di Maria e di Giuseppe fu possibile la nascita del Figlio di Dio. Non ascoltarono se stessi, non fecero secondo quanto avevano deciso né seguendo i loro timori, ma obbedirono alla parola di Dio. Ecco la cosa essenziale della vita di chi vuole vivere da diacono, al servizio di Dio e dei fratelli.
   Caro Silvio, tu sei chiamato innanzitutto al servizio dell’altare, soprattutto nella celebrazione eucaristica, dove potrai scoprire come la nostra vita si nutre della parola che qui ascoltiamo e del pane di cui ci saziamo. Nessuno di noi è padrone o protagonista, tanto meno un attore che esibisce le sue qualità, perché l’unico vero protagonista è il Signore che si offre per noi. Noi tutti siamo servi, chiamati a celebrare i divini misteri con gioia e umiltà, resi degni non dai nostri meriti ma dal perdono che Dio continuamente ci accorda. Ti è affidata la parola di Dio, perché tu la custodisca, la comunichi e la spieghi con generosità e intelligenza. C’è fame e sete della parola di Dio, più di quanto possiamo immaginarci. Meditala ogni giorno, perché ti sia di guida. Falla amare dalla comunità perché sia sorgente di sapienza e di umanità.  Non dimenticare tuttavia che il diacono fin dalle origini della Chiesa è chiamato al servizio dei poveri. Ce ne dà testimonianza il diacono Lorenzo, di cui celebriamo la festa ogni anno con solennità ad Amaseno, ammirati dal prodigio del suo sangue che si scioglie. Nell’amore per i poveri e i bisognosi si sciolga anche il tuo cuore, perché tu possa incontrare in loro il volto di Gesù e gioire della loro amicizia.
   Infine continua a voler bene alla Chiesa, nostra madre e maestra, nella quale da oggi ti inserisci come ministro dell’altare. Il celibato che oggi scegli liberamente non è una scelta di solitudine né di isolamento, ma ti inserisce in una corrente di amore e di fraternità, che si respira nel Corpo di Cristo, la Chiesa, nella quale devi imparare quell’amore universale così caratteristico del cristiano, capace di raggiungere e di coinvolgere tutti nell’amore del Signore proprio a partire dai poveri. La Vergine Maria, madre di Cristo e madre nostra, così venerata nella nostra terra, assieme ai nostri patroni Santa Maria Salome e Sant’Ambrogio martire, ti sostengano e ti aiutino a vivere con fedeltà e gioia la vocazione a cui il Signore ti ha chiamato. Tutti noi, a cominciare dai sacerdoti, dai tuoi familiari, da don Silvio e don Armando e dai fedeli di questa parrocchia che ti ha accolto con affetto, da coloro che più ti conoscono, ti saremo vicini con la preghiera e l’amicizia perché tu sia un uomo con il cuore di Dio.

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