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"ESSERE PROFETI IN UN “CAMBIAMENTO D’EPOCA"
La luce di Dio nei tempi difficili
   Siamo in un tempo difficile, di dolore e di morte, non solo per il Covid-19. Il cambiamento d’epoca in cui ci troviamo va perciò capito e accolto come una domanda alla nostra vita personale e a quella delle nostre comunità. Credo non basti sperare che “tutto torni come prima”, come ancora alcuni sostengono, non solo perché il mondo di prima non era certo il migliore dei mondi, ma anche perché la storia si costruisce con passione e intelligenza per contribuire insieme al suo cambiamento. La pandemia ci ha resi più fragili, più soli, a volte più egocentrici, pieni di paure e di domande, incerti e disorientati, senza riuscire sempre a trovare risposte chiare e condivise. È cresciuta la povertà, come l’abisso tra poveri e ricchi. Basta pensare alla misera quantità di vaccini destinati ai paesi più poveri. A venti anni dell’11 settembre 2001, in cui abbiamo assistito alla violenza del terrorismo che per la prima volta colpiva in modo così brutale l’occidente, dobbiamo costatare come non solo il terrorismo non è stato sconfitto, ma neppure la guerra, la violenza, la barbarie predatoria contro gli altri e contro il creato. La situazione dell’Afghanistan ci ha mostrato con chiarezza le conseguenze negative della guerra. “Basta”, disse Gesù quel discepolo armato che voleva difenderlo prima di essere arrestato. Basta alla violenza, basta alle armi!   
   Dinnanzi a tutto questo nascono molte domande: “Che cosa posso fare io?”, “Di che cosa abbiamo bisogno nei tempi difficili”? Ognuno potrebbe trovare le sue risposte, ma vorrei ci aiutassimo insieme a cercarle percorrendo la Bibbia e le vicende di quegli uomini e donne che si sono lasciato trovare dal Signore. Rileggendo infatti la storia biblica, si può facilmente costatare che nei tempi difficili Dio si fece più vicino all’umanità, suscitando donne e uomini a cui avrebbe affidato la missione di guidare la storia del suo popolo. Lo vediamo già con Abramo e poi con Mosè, per poi ritrovarla in molti altri uomini e donne che hanno preso sul serio la presenza del Signore nella loro vita e si sono messi al servizio della sua parola per rendere possibile la costruzione di un mondo dove si potesse ritessere quell’unità della famiglia umana, che Dio aveva sempre voluto, come papa Francesco ci ha aiutato a comprendere nell’enciclica Fratelli tutti. Tra queste donne e uomini ci furono alcuni che ricevettero da Dio la missione più chiara di essere portatori di questa parola di speranza: i profeti. Essi dovevano essere luce davanti agli idoli, all’ingiustizia e alla violenza del mondo, rinnovando l’alleanza, il patto di amore tra Dio e il suo popolo, alleanza che noi cristiani celebriamo e rinnoviamo in Gesù Cristo, morto e risorto per noi.
 
Il profeta, uomo della Parola
   Se tutta la Sacra Scrittura è parola di Dio, la vita stessa del profeta si presenta in modo distintivo come determinata da quella parola. Se volessimo definire il profeta come uomo di fede, dovremmo dire che egli è innanzitutto un uomo della parola. Credere, essere in relazione con Dio e manifestare questa relazione è per lui ascoltare e parlare. Questa dimensione del profeta emerge in continuazione nel modo in cui sono riportate le sue parole, e in particolare in un alcune frasi spesso ripetute all’inizio delle parole dei profeti, come: "Così dice il Signore", " oracolo del Signore", "parola che il Signore rivolse a...", "ascoltate la parola del Signore". Il profeta appare come il messaggero di Dio, e quindi il suo compito costitutivo riguarda la parola, consiste nell’ascoltare e allo stesso tempo comunicare la parola. La sua stessa vita, potremmo dire, quasi si identifica con la parola di Dio di cui è messaggero.
L’ascolto e il dialogo
   Ci accingiamo a iniziare il “cammino sinodale”, con tutta la Chiesa che è in Italia, unendoci alla Chiesa universale che si prepara al Sinodo che si concluderà nel 2023 e in cui sarà coinvolta tutta la Chiesa. Questa assemblea, già da noi programmata, vorrebbe essere un momento di preparazione al processo sinodale. “Ascoltare” Dio che parla è il primo passo da compiere insieme. Se non diventiamo donne e uomini che ascoltano la parola che Dio ci offre quando siamo riuniti con le nostre comunità o quando la leggiamo e meditiamo da soli, sapremo ascoltare gli altri, comunicare con le parole e la vita la luce e la saggezza che la parola di Dio fa crescere in noi? Per questo negli ultimi anni abbiamo scelto di crescere nella conoscenza della Bibbia attraverso il Percorso Biblico e la Scuola di Teologia, proprio per essere capaci di capire la storia e il tempo che attraversiamo.
   "Il Signore ruggirà da Sion, da Gerusalemme farà udire la sua voce” (Amos 1,2); "Il Signore ruggisce, chi non tremerà? Il Signore Dio ha parlato, chi non profetizzerà?", afferma Amos all'inizio della sua profezia (Amos 3,8). Il Signore parla con forza, come i ruggito del leone, e ciò che dice viene proclamato dal profeta. L’incontro tra profeta e Dio inizia con l’ascolto e diventa dialogo. La Parola di Dio diventa parola del profeta e mette in movimento nella vita del profeta un modo di concepirsi e di concepire la relazione con Dio sulla base di un dialogo, che diventa forza che si comunica, coinvolge, interroga, illumina. Il profeta Amos è consapevole di questa missione e la sente come una domanda che richiede una risposta. Così la parola che Dio rivolge al profeta va intesa come qualcosa che entra a far parte della sua vita, dei suoi pensieri e sentimenti, del suo agire.
   Dice il profeta Geremia: "Mi dicevo: non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo" (Ger 20,9). La parola si radica nella vita del profeta e diventa forza interiore. Troviamo qualcosa di simile nel racconto della vocazione di Ezechiele al capitolo terzo. Il rotolo, che il profeta deve mangiare, riempie e nutre il suo corpo: "Mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va e parla alla casa di Israele. Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: Figlio dell'uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce come il miele." (Ez 3,1-3).  Così ancora Geremia 15,16: "Quando le tue parole mi vennero incontro, le divorai con avidità". L'interiorizzazione della parola di Dio è un fatto molto concreto: è mangiare, nutrirsi. La parola di Dio è cibo della vita del profeta. L'uomo e la donna profeti sono coloro che fanno diventare la parola di Dio parte della loro umanità. Perciò il loro parlare comunica questa parola agli altri. Ci siamo mai chiesti quanto il nostro parlare porti in se stesso la parola di Dio? Da ciò che andiamo dicendo rimane chiaro come il profeta non sia colui che predice il futuro (questo sono i falsi profeti o i maghi, di cui si riempie il mondo in modo ingannevole!), bensì la donna e l’uomo di fede che ti aiutano a guardare al futuro con lo sguardo di Dio.  
  Leggiamo nel libro di Isaia: "Allora volò verso di me uno dei serafini, teneva in mano un carbone acceso, che aveva preso con le molle dall'altare. Egli mi toccò la bocca e disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato" (Is 6,6-7). In Geremia Dio “pone sulle labbra (del profeta) le sue parole" (Ger 1,9), C’è quasi una fisicità della parola di Dio che raggiunge il profeta e lo investe di una missione che tocca la sua vita, la sua umanità, cosicché il profeta si pone come un uomo il cui parlare è quello di Dio e identifica ciò che il profeta dice con ciò che dice Dio. Le parole poste dal Signore sulla bocca di Geremia sono il segno di una presenza e l'espressione della realtà stessa della vita del profeta, che è nella sua essenza "parola".
La parola di Dio aiuta a “vedere” e a capire la storia
   Il profeta tuttavia non si presenta solo come colui che comunica la parola di Dio. Egli è rappresentato in diversi testi anche come “colui che vede”. Questa caratteristica del profeta appare anzitutto all’inizio di alcuni libri profetici, laddove si legge non "libro delle parole", ma "delle visioni". Isaia 1,1: "Visionedi Isaia, figlio di Amos".... Abdia 1: "Visionedi Abdia". Naum 1,1: "Libro della visionedi Nahum il cuscita". In altri oracoli le parole pronunciate dal profeta sono presentate come "viste": "Parola che videIsaia" (Is 2,1; 13,1); "oracolo che videil profeta Abacuc" (Ab 1,1); "Parole di Amos, che fu un pastore di Tecoa, che vide riguardo a Israele..."; "Parola del Signore, rivolta a Michea di Moreset, al tempo di Iotam, Achaz, Ezechia, re di Giuda, che vide riguardo a Samaria e Gerusalemme". (Mic 1,1). La parola ricevuta dal profeta si presenta come una visione. Essa evidenzia un aspetto fondamentale di questi uomini investiti dallo “spirito” divino: la parola che essi comunicano diventa visione, cioè apre alla comprensione della realtà, della storia. Il messaggio che si manifesta nella parola di Dio è una grande visione della storia. Il profeta “parla e vede”: uomo che dialoga con il suo Dio, egli sa penetrare nella storia attraverso lo spirito che gli è donato. La Parola di Dio ci fa capire e vedere in profondità il senso della storia, degli avvenimenti, ciò che non si vede alla superficie, ciò che altri non riescono a comprendere e a spiegare.
   Mi chiedo che cosa significhi oggi per noi questa duplice dimensione della profezia: “ascoltare, parlare e vedere”. Quale conseguenza ha la parola di Dio che ascoltiamo o leggiamo nella nostra vita, nelle scelte che facciamo, in quanto diciamo o scriviamo? Le nostre parole, dette o scritte, sono portatrici della saggezza della parola Dio o sono solo espressione del nostro io, delle nostre convinzioni e abitudini? Quale visione abbiamo della nostra esistenza e del mondo? È una visione profonda, frutto della luce della parola di Dio, che fa penetrare gli avvenimenti e fa riconoscere i segni dei tempi, oppure il nostro sguardo si limita alla nostra quotidianità o ci lasciamo trascinare da facili interpretazioni e letture superficiali della realtà e della storia, che dominano frequentemente i social e di conseguenza il nostro pensiero? Siamo followers della parola di Dio o di chiunque scrive sui social, spacciandosi magari per esperto, con cui condividiamo il nostro like senza pensarci troppo? Il mondo è complesso. Abitualmente si vede ciò che lo sguardo riesce a raggiungere, a volte poco oltre il nostro quotidiano. Riusciamo ad avere lo sguardo di Dio e di Gesù, che si allarga all’umanità, soprattutto a quella sofferente e malata, di cui ogni credente dovrebbe essere portatore?
Uno sguardo vero alle migrazioni
    Avere lo sguardo di Gesù, ricordiamolo, vuol dire anche guardare con gli occhi di un bambino la cui famiglia, minacciata dalla violenza di Erode, è dovuta fuggire dal proprio Paese verso l’Egitto, terra considerata nemica e inospitale, quando lui era appena nato. Vuol dire rileggere la parabola dell’uomo attaccato dai briganti (Lc 10, 30-37), in cui Lui si identifica nel buon Samaritano, cioè in uno straniero che ha compassione e si impegna per salvare una vita; oppure, ancora, il capitolo 25 del Vangelo di Matteo in cui il Signore, re e giudice dell’umanità intera, si identifica con i migranti: “Ero straniero e mi avete accolto”.
   Il Signore ci chiede, allora, di guardare con la sua stessa compassione le recenti immagini dell’aeroporto di Kabul in Afghanistan, dove una folla enorme voleva fuggire per salvarsi e cercare un futuro migliore di libertà e di pace. Ogni giorno siamo informati sulle migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, che scappano dai loro Paesi. Assumere lo sguardo di Gesù ci chiede di guardare alla verità dei fatti, e non con gli occhiali distorti delle ideologie o delle fake news. Le cifre dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, contenute nel rapporto del 2020, smentiscono, ancora una volta, molti dei luoghi comuni diffusi sui rifugiati: «Le ragazze ed i ragazzi sotto i 18 anni rappresentano il 42% di tutte le persone costrette alla fuga. Sono particolarmente vulnerabili, specialmente quando le crisi continuano per anni». Le migrazioni sono un fatto globale, che non prende di mira solo l’Italia, ma ricade su molte nazioni già povere o dal destino incerto. Sarebbe certamente auspicabile una collaborazione ed una solidarietà, ancora troppo debole, tra i vari paesi del continente europeo. Ma bisogna sapere che la stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo – quasi 9 rifugiati su 10 – sono ospitati da Paesi vicini alle aree di crisi, a basso o medio reddito. I Paesi meno sviluppati hanno dato asilo al 27% del totale dei profughi. Per il settimo anno consecutivo, la Turchia ha ospitato il numero più alto di rifugiati a livello mondiale (3,7 milioni), seguita da Colombia (1,7 milioni, compresi i venezuelani fuggiti all’estero), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,4 milioni),  a seguire la Germania (1,2 milioni). Molti fuggono da guerre o situazioni di violenza (nel Nord del Mozambico gruppi islamici radicali hanno provocato distruzione, saccheggi, morte, con 800 mila sfollati), povertà, calamità naturali, come terremoti (Haiti), inondazioni, desertificazione (il saccheggio dell’Amazzonia o delle foreste tropicali ed equatoriali dell’Africa e dell’Asia). La criminalità fa il resto. Basti pensare che quest’anno solo in Italia sono andati in fumo più di 150 mila ettari di boschi per incendi, quasi sempre dolosi. Dove si ferma il nostro sguardo? Sa vedere questi drammi umani e sociali o si arresta superficialmente a ciò che tocca direttamente la nostra vita?
Elia - “Il Signore è Dio”
   Nella narrazione biblica incontriamo un profeta, Elia, che potremmo prendere come ispirazione per il nostro impegno profetico di donne e uomini che si lasciano coinvolgere dalla parola di Dio. Elia vive nella prima metà del secolo nono come strenuo difensore del Dio di Israele. E’ il profeta dell’attesa e il profeta atteso per la fine dei tempi, quando Dio si manifesterà definitivamente. Lo testimonia la tradizione ebraica, la stessa che ritroviamo nei Vangeli.
   Nel racconto biblico Elia partecipa alla storia difficile del suo tempo come testimone della presenza di Dio che aiuta, rinnova, cambia. Lo si vede fin dal primo racconto, quando il profeta incrocia la vita di una povera vedova di Sarepta di Sidone, a cui si rivolge per essere aiutato e finisce per ridare a lei in sovrabbondanza quanto ha ricevuto, anzi ridandole persino la vita del figlio (1Re 17). La vita del profeta è una lotta per la vita e il benessere del suo popolo, a partire dal bisogno di ciascuno.
   Ma anche quell’uomo, così preso dal suo Dio, vive momenti difficili, di angoscia e di paura. In fondo capita anche a noi, donne e uomini di fede. Il capitolo 19 del Primo libro dei Re così lo descrive:
1 Acab riferì a Gezabele tutto quello che Elia aveva fatto e che aveva ucciso di spada tutti i profeti. 2Gezabele inviò un messaggero a Elia per dirgli: «Gli dèi mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest'ora non avrò reso la tua vita come la vita di uno di loro». 3Elia, impaurito, si alzò e se ne andò per salvarsi. Giunse a Bersabea di Giuda. Lasciò là il suo servo. 4Egli s'inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». 5Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». 6Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d'acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò. 7Tornò per la seconda volta l'angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». 8Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l'Oreb.
9Là entrò in una caverna per passarvi la notte, quand'ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Che cosa fai qui, Elia?». 10Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita». 11Gli disse: «Esci e férmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. 12Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. 13Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all'ingresso della caverna. 
Ed ecco, venne a lui una voce che gli diceva: «Che cosa fai qui, Elia?». 
14Egli rispose: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi cercano di togliermi la vita».
15Il Signore gli disse: «Su, ritorna sui tuoi passi verso il deserto di Damasco; giunto là, ungerai Cazaèl come re su Aram. 16Poi ungerai Ieu, figlio di Nimsì, come re su Israele e ungerai Eliseo, figlio di Safat, di Abel-Mecolà, come profeta al tuo posto. 
   Gezabele, la moglie del re Acab, minaccia il profeta, che fugge. Anche il profeta ha paura e si vuole mettere in salvo. Il cammino nel deserto risulta essere un percorso di morte. Anzi, Elia stesso desidera la morte. Ma Dio ha bisogno di quel profeta e si preoccupa di lui. Allora un angelo, il messaggero di Dio, per ben due volte si avvicina a lui e gli offre del cibo perché continui il suo cammino. Così il profeta può camminare verso il monte di Dio, l’Oreb. La strada verso il Signore è lastricata di difficoltà. Lo scoraggiamento, la paura, la stanchezza, quante volte rallentano anche il nostro cammino! Quante volte in questo tempo abbiamo rinunciato a partecipare all’incontro con il Signore nei momenti comuni con le nostre comunità, a partire dalla Messa della domenica o al catechismo e ad altri incontri, anche quando lo potevano fare in sicurezza! Ma il Signore non si scoraggia, si abbassa fino a noi, manda il suo angelo perché non ci rassegniamo e non ci fermiamo. Certo, anche noi dovremmo dire come Elia: “Non siamo migliori dei nostri padri”! A volte ci prende la paura e diventiamo uomini e donne senza entusiasmo, senza speranza, incerti e mediocri. Ma proprio l’umiltà e la consapevolezza della nostra pochezza sono sempre una buona e indispensabile premessa per mettersi nell’atteggiamento giusto quando il Signore ci vuole parlare e per non rinunciare a camminare verso di lui, ad uscire dalla paura che paralizza e fa rannicchiare in se stessi.  
“Esci dalla paura!”
   Il profeta arrivò al monte Oreb e istintivamente cercò protezione, così entrò in una caverna, ma il Signore gli parlò: “Che cosa fai qui Elia?” Elia mostra lo “zelo” per il Signore, ciò che lo aveva portato ad essere suo testimone appassionato. Perciò il Signore gli chiede di “uscire” dal suo rifugio, dalle sue paure e anche dalla sua rabbia per fermarsi davanti a lui. “Uscire”: ecco l’invito che il Signore rivolge anche a noi in questo tempo di dolore e di paura. “Esci”! Cara sorella e caro fratello, esci per incontrare il Signore, per conoscere di nuovo la sua parola di amore, la sua forza di salvezza.  Abbiamo bisogno di lui per vivere e continuare a camminare insieme, per compiere anche noi il nostro esodo. E poi il Signore si manifestò a Elia, ma in modo sorprendente, non secondo ciò che il profeta poteva aspettarsi. Il Signore non è mai scontato, come noi vorremmo; è sempre sorprendente nel suo parlare e manifestarsi. Dio infatti non era nel vento forte, neppure nel terremoto, nemmeno nel fuoco, ma solo nel “sussurro di una brezza leggera” (così traduce la Bibbia CEI, ma le parole ebraiche sono quasi intraducibili: qol demama daqqa, che alla lettera significa: “una voce di silenzio leggero”). Una “voce”, cioè Dio parla, ma la sua parola è leggera come il silenzio. Parla, ma bisogna prestare attenzione altrimenti non si sente, viene coperta dai rumori della vita di ogni giorno, dal nostro chiacchiericcio, dalle tante parole che diciamo e scriviamo, dai tanti messaggi che ci affaticano il cuore e la mente. Dio parla nel silenzio. Elia, appena la udì, si coprì il volto con il mantello e uscì all’aperto fermandosi all’ingresso della caverna. Dio ci scopre, ci fa uscire, la sua voce è un invito a uscire dalle nostre paure e difese per lasciarci chiamare da lui, perché possa affidarci la missione che ci spetta. Di nuovo Elia viene interpellato dalla stessa domanda dell’inizio: “Che fai qui Elia?”. La parola di Dio pone spesso le stesse domande, perché finalmente noi la possiamo ascoltare.
Dalla parola una missione e una speranza
   Il Signore ridà al profeta il senso della sua missione, che travalica i confini del suo popolo: “ungere” il re di Damasco, quello di Israele, e il profeta Eliseo come suo successore. Sappiamo che l’unzione, che noi riceviamo nei sacramenti, è segno della consacrazione divina e di una missione che ci viene affidata. Elia è il profeta della storia, di cui il Signore ha bisogno perché la storia possa essere illuminata dalla presenza di Dio. Per questo Elia lotta perché il mondo sia umano, ma può essere umano solo accogliendo la voce di Dio e quindi il suo profeta, non facendosi ingannare dagli idoli che popolano il mondo e che cercano di ingannarci con le loro proposte e soluzioni illusorie.
   Il racconto dei libri dei Re non parla della morte di Elia. Il suo incontro finale con Dio, descritto in 2 Re 2, ricalca quello sul monte Oreb che abbiamo appena letto. Elia cammina e conversa con Eliseo, e “mentre continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero tra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. Eliseo guardava gridava: Padre mio, padre mio, carro d’Israele e suoi destrieri! E non lo vide più. Allora afferrò le sue vesti e le lacerò in due pezzi. Quindi raccolse il mantello, che era caduto a Elia…” (2 Re,11-13). Il profeta "viene preso" nella tempesta da Dio, che si accompagna per sempre al suo profeta. Con il Signore Elia ha realizzato se stesso e la sua missione. La testimonianza di Elia, affermata dal suo stesso nome, che significa “il Signore è Dio”, diventa in modo definitivo la realtà della sua vita. Elia vive con il Signore per sempre. Per questo Elia condivide la stessa passione di Dio per l’umanità. Lo abbiamo visto fin dall’inizio della sua vicenda, quando si era fermato presso una povera vedova, a cui aveva chiesto cibo, per restituire a lei molto più di quanto aveva ricevuto, non solo il cibo ma anche il figlio (1 Re 17). Ma lo si vede anche nella sua opposizione alla violenza del re Acab, all’idolatria e all’ingiustizia (vedi 1 Re 18 e 21). Elia è rapito nel cielo di Dio. Afferrato dalla realtà del Signore, egli ne è alla fine rapito, perché possa stare con lui e indicare agli uomini dove guardare, chi aspettare.
   Elia infatti, proprio per la sua scomparsa misteriosa e improvvisa, è anche il profeta dell’attesa, come attesta la tradizione ebraica condivisa dai vangeli. Leggiamo in Marco 9,11: "Lo interrogarono: Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?". (Cfr. anche Matteo 17,10-12). I discepoli si chiedono che cosa voglia dire resurrezione dai morti e in questo contesto, dopo la trasfigurazione, pongono a Gesù questa domanda. Elia è identificato in Giovanni Battista come colui che deve venire (Cfr. Luca 1,17; Matteo 11,14). E' chiaro che nella comunità primitiva la figura di Giovanni Battista, per differenziarla da quella di Gesù, viene interpretata alla luce di Elia, precursore del messia.
   Che cosa resta a noi di tutto questo? Il libro della parola di Dio e della profezia e l’attesa. La figura di Elia è il segno di una profezia affidata al libro sacro, che apre a un'attesa, a un futuro, in cui la vita dell'uomo e della donna si confonde con quella di Dio. Il profeta continua a manifestare nel libro la realtà potente del suo Dio e, oltre il libro, la rende possibile per tutti. La profezia trascende il libro e continua a parlare agli uomini e alle donne di ogni generazione, arriva fino a noi che leggiamo la parola di Dio. Oggi il profeta è allora chi accetta di ascoltare e vivere di questa parola, che comunica la luce e la saggezza del Signore a un’umanità incerta e disorientata. Esistono questi profeti nel nostro tempo? Esiste l’Eliseo che raccoglie il mantello di Elia per continuare a essere profeta?  Anche nell’esperienza di Israele ci furono tempi in cui si sentiva l’assenza del profeta, di qualcuno che sapesse annunciare la Parola di Dio, e quindi aiutare a vedere e capire la storia e il mondo. Oppure stiamo assistendo al sorgere di falsi profeti, che con l’inganno e la menzogna propongono letture e modelli del vivere che non rispecchiano quanto il Signore ci dice?
   Leggiamo nel libro di Isaia: "Per voi ogni visione sarà come le parole di un libro sigillato; si dà a uno che sappia leggere dicendogli: "Per favore, leggilo", ma quegli risponde: "Non posso, perché è sigillato". Oppure si dà il libro a chi non sa leggere dicendogli: "Per favore, leggilo", ma quegli risponde: "Non so leggere". (Isaia 29,11-12). Il profeta è indispensabile per spiegare e annunciare la parola di Dio. Senza di lui essa rimane come un libro sigillato e incomprensibile. Il profeta diventa essenziale perché il libro della parola di Dio possa essere aperto e diventi comprensibile a tutti. La sua assenza, infatti, produce un tempo di carestia, in cui mancano pane e acqua, elementi indispensabili per la vita. Dice il profeta Amos, dopo essere stato cacciato dal tempio di Betel e dopo che il sacerdote Amasia gli aveva impedito di profetizzare: "Ecco, verranno giorni - dice il Signore Dio - in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore. Allora andranno errando da un mare all'altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno." (Cfr. Am 8,11-12). La carestia tuttavia è anche bisogno. Da essa si può iniziare a cercare e a domandare che un profeta venga e comunichi la parola definitiva di Dio a uomini e donne responsabili della sua fine.
Profezia, parola, storia
   Viviamo momenti di grandi cambiamenti. Si sono aperti impensabili nuovi spazi di libertà, ma allo stesso tempo è difficile immaginare una nuova situazione in grado di coniugare benessere, pace, libertà e superamento degli egoismi personali, di gruppo o di popolo. Si sono anche aperti nuovi scenari di guerra, di povertà, che si affacciano nel mondo e premono alle porte del nord ricco del mondo. Quale profezia in un mondo segnato dalla pandemia, che uccide e impoverisce, dalla guerra, fomentata dalla incessante vendita di armi, da enormi ingiustizie, di cui spesso ce ne stiamo volentieri lontani? O che dire della battaglia ideologica per giungere alla libera scelta di morire o far morire? E’ possibile in questo cambiamento d’epoca essere profeti che sanno costruire il presente, facendo memoria del passato preparare il futuro? Leggiamo nel libro del profeta Gioele: “Dopo questo, io affonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito” (3,1). Dopo una grande calamità, Dio interviene e invia il suo spirito, forza di cambiamento e di rinnovamento, su tutti senza distinzione. Significativo che vengano nominati esplicitamente uomini e donne e persino schiavi e schiave!
Tutti possiamo essere profeti
    Come cristiani nel battesimo siamo diventati tutti sacerdoti, re e profeti. A tutti è stato donato lo Spirito di Dio, perché impariamo a decifrare il tempo che viviamo, a riconoscere i segni dei tempi – e la pandemia non è forse un segno dei tempi? - e di conseguenza a cercare risposte alla ricerca di felicità, di pace, di salvezza, delle donne e degli uomini del nostro tempo, da qualunque terra o popolo essi provengano. Non cercano tutto ciò gli anziani, soprattutto quelli soli in istituto o a casa? Non lo cercano i malati, i piccoli e i giovani, le famiglie, chi ha perso il lavoro, i poveri, i profughi, coloro che con coscienza e generosità si occupano di chi soffre e ha bisogno di cure e di aiuto?  
   Siamo entrati nel terzo millennio con la speranza che si aprisse un tempo di pace e di convivenza pacifica tra diversi, in cui insieme affrontare le sfide che avremmo incontrato, tra tutte quella dei cambiamenti climatici e delle sue terribili conseguenze, ma anche le domande del progresso scientifico, perché non sia contro l’uomo e la donna. Eppure non siamo stati in grado di prevedere e prevenire una pandemia così devastante! Però si moltiplicano falsi profeti e interpreti del nostro tempo: gruppi, sette, visionari, maghi, operatori di miracoli, complottisti, insoddisfatti, no vax. Un misto di paura e di solitudine, condito di arroganza, rende difficile l’incontro e la relazione. Molti cercano con ansia risposte a un vuoto palpabile in una società stanca, tutta connessa sui social, ma sconnessa interiormente e spiritualmente, non abbastanza capace di andare oltre il consumo e il possesso, che spesso lasciano l'uomo nell'incertezza, alla ricerca di una felicità e di una salvezza che non trova. Anche le nostre comunità cristiane faticano a immergersi con passione e intelligenza nello scorrere della storia, a volte stanche, altre volte disorientate o spente di speranza e di profezia, o imbrigliate nel ripetere riti e abitudini consolidate. Gesù ha vissuto in pienezza il pathos di Dio per l’umanità: è passato tra le folle del suo tempo “vedendo” e prendendosi cura del bisogno, perdonando, lottando contro il male, accogliendo gli esclusi. È il Buon Samaritano, che si avvicina, vede le folle stanche a affaticate del nostro tempo, ne ha compassione e se ne prende cura. La profezia è una forza di cambiamento che può far innalzare lo sguardo dell'uomo e della donna dalla terra a Dio, che fa vedere l’ingiustizia, il male, il bisogno, la ricerca di aiuto e di salvezza e in Gesù rende tutti Buoni Samaritani. La sua parola allora può essere anche oggi profezia se le nostre comunità sapranno "aprire il libro sigillato", leggerlo, meditarlo, spiegarlo, comunicarlo a un mondo che cammina guardando troppo la terra e poco il cielo, e soprattutto aiutando a guardare al futuro con fede e speranza. In un mondo malato, come il nostro, solo prendendoci cura degli altri cureremo noi stessi e guariremo la nostra amina e il nostro cuore. 
  Allora, care sorelle e cari fratelli, siate tutti profeti! Il cammino sinodale che stiamo per iniziare non sia l’adesione a un compito da assolvere, ma un processo che vede tutti investiti dalla Spirito che rinnova e trasforma i cuori e la storia, a cominciare da noi stessi, perché siamo quel popolo, quella famiglia di sorelle e fratelli, che il Signore vorrebbe vivessimo ogni giorno al di là dei confini delle nostre comunità e dei nostri piccoli mondi. La parola di Dio travalica confini e muri. Non è solo per noi, ma è per tutti! Viviamo questo tempo nella gioia e nella grazia di essere popolo, Chiesa, comunità di donne e uomini che vivono e camminano insieme illuminati e guidati dalla Parola di Dio e dal suo Spirito che tutto rinnova a trasfigura. 
† Ambrogio Spreafico
 

 

Frosinone, 18 settembre 2021

Assemblea Ecclesiale Diocesana

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