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Coronavirus, il vescovo Spreafico: “Abbiamo bisogno gli uni degli altri. L’opposto dei muri
Il presidente della Commissione episcopale per ecumenismo e dialogo analizza gli effetti dell’epidemia sulla «società dei confini»


di Giacomo Galeazzi, Vatican Insider del 6 marzo 2020

ROMA. «In questi momenti di allarme collettivo per l’epidemia di Coronavirus, scopriamo di essere connessi e che nessun confine ormai ci separa dagli altri, proprio l’opposto di quanto sta avvenendo nel mondo di oggi, in cui si tracciano confini e si costruiscono muri che la storia, come ha sempre fatto, demolirà». Lo afferma monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone-Veroli-Ferentino, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, membro del Consiglio permanente della Cei.

In che modo oggi la nostra società può riscoprirsi comunità?
«La preoccupazione collettiva ci aiuta a capire di avere bisogno l’uno dell’altro. I cattolici, soprattutto nelle zone colpite dal Coronavirus, sentono la mancanza della Santa Messa, dei momenti comuni di preghiera. So che in alcuni luoghi, non ancora in zona rossa, si sono organizzati per vedersi nelle case a piccoli gruppi per pregare. Sì, siamo proprio fatti gli uni per gli altri. La solitudine è un male che separa e divide, che rattrista e fa mancare spesso la compagnia dell’amore. Basta chiederlo a tanti anziani soli, impauriti a casa o in istituto senza ricevere visite in questi giorni, se è proprio naturale e piacevole la solitudine: sentiamo la mancanza della comunità. Nel male forse stiamo riscoprendo la gioia e il dono di essere comunità». 

Quanto incide la fede?
«La fede non è certo un talismano, ma comunque la fede che si esprime nella preghiera ha una sua forza, con cui possiamo affidarci al Signore anche per combattere la malattia, la violenza, la guerra. I Vangeli stessi sono costellati di donne e uomini che si rivolgono a Gesù per essere guariti. Certo, questo non deve dare adito a forme magiche o superstiziose come, a volte, avviene in alcune preghiere di guarigione. E Gesù spesso dice ai sanati: “La tua fede ti ha salvato”. In passato nella Chiesa si facevano le “rogazioni”, preghiere particolari, rimaste per molto tempo nella tradizione, che chiedevano la benedizione di Dio e la liberazione dalle pestilenze, dalle carestie, dalla fame, dalla guerra. “A peste, fame et bello, libera nos Domine!”».

Da un’emergenza sanitaria può scaturire un rinnovato senso di solidarietà?
«Sì. E può aiutarci la meditazione sulle Scritture. Il nostro Dio è il Dio della vita e della resurrezione, quindi non dobbiamo avere paura, perché egli non ci abbandonerà neppure nel momento della malattia e della morte. E poi la Parola di Dio è una grande sorgente di forza e di pace. Papa Francesco ha voluto istituire la Domenica della Parola proprio perché la Bibbia potesse accompagnarci nella vita di ogni giorno. Gesù rispose al diavolo che lo tentava: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Si, la Parola di Dio è vita, sfama il nostro bisogno di amore, di guarigione, di pace. Essa ci accompagna verso la vita che non finisce perché ci fa gustare fin da ora la presenza amorevole di Dio. Quando ci sentiamo fragili e impauriti, prendiamo in mano la Bibbia. Ci aiuterà!».

È l’incertezza a suscitare maggiori timori?
«Incertezza, paura, spaesamento. A volte questi sentimenti fanno chiudere e rendono tristi e astiosi. Sono questi i sentimenti di questi giorni, ma anche del nostro vivere nella complessità della globalizzazione. Sento di dover riscoprire il ministero del vescovo come servizio alle donne e agli uomini del luogo dove ci troviamo, ma sempre con uno sguardo universale, oltre i confini. In questo senso siamo partecipi delle gioie e dei dolori del popolo che ci circonda, non solo dei nostri fedeli, ma del mondo intero».

Qual è il rimedio?
«Solo una visione universale può renderci segno di quella saggezza e di quell’umanesimo che viene dalla fede. Mi piace ricordare le parole di Paolo VI alla conclusione del Vaticano II: “L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo”. Sento che noi vescovi dobbiamo essere presenza di questa Chiesa del Concilio, che Papa Francesco ci ha riproposto; la Chiesa della misericordia e della simpatia».

Dove si trovano nelle Scritture questi riferimenti?
«Prenderei un testo evangelico che ci può aiutare e dare fiducia: la tempesta sedata (Marco, 4-35-41). Gesù vuole passare all’altra riva del lago di Galilea. È sulla barca con i discepoli. Una tempesta di vento forte li sorprende e le onde stanno per sommergere la barca. Ma Gesù dorme. I discepoli pensano di morire, hanno paura. Presi dal panico, svegliano Gesù: “Maestro, non ti importa che moriamo?”. Di solito quella barca viene identificata come un simbolo della Chiesa stessa, ma forse si potrebbe dire che è anche il mondo; a volte l’umanità intera è colpita da un mare in tempesta, una tempesta improvvisa, imprevedibile, che rischia di farci morire e di travolgere tutto. Vale per intere popolazioni, vale per una singola vita. Pensiamo, oltre ai malati e ai morti per i Coronavirus, alle conseguenze sociali ed economiche che ci troveremo ad affrontare nel futuro prossimo. È avvenuto tutto all’improvviso».

La preghiera è un sostegno?
«Bisogna capire il momento. Ci capita di gridare, forse ce la prendiamo anche con Gesù, che sembra indifferente al nostro dramma. Ci sentiamo perduti. Invece di interessarsi sembra dormire. Ma Gesù c’è. Egli comandò alla bufera: “Taci, calmati!”. Sono le sue parole, che noi oggi vorremmo ascoltare e fare nostre. Ma poi disse a quei discepoli impauriti: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Quante volte nella Bibbia la fede vince la paura. E la fede vive nella preghiera e nell’amicizia, nel legame con gli altri, nella comunità, nell’amore gratuito e generoso. Tanti avranno bisogno di questo in questi giorni: qualcuno vicino che aiuti a vincere la paura! Vorrei suggerire a tutti, a chi crede, ma anche a chi vorrebbe aprire le pagine della Bibbia per la prima volta, di leggere, meditare e pregare con i Salmi, raccolti nell’omonimo libro dell’Antico Testamento. In particolare con le parole del Salmo 91: “Non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno”. Pregare, ascoltare la parola di Dio ci liberi dalla paura, dalle tenebre e doni a tutti protezione, guarigione e salvezza».


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