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Omelia Spreafico DecennaleAbbazia di Casamari - Veroli
Domenica 28 ottobre 2018


Care sorelle e cari fratelli,

sono contento di essere oggi qui con voi in questo luogo antico di preghiera e di vita fraterna per rendere grazie al Signore per questi dieci anni che abbiamo vissuto insieme nel servizio alla nostra Chiesa diocesana. Un vescovo vive nella sua Chiesa e con il suo popolo, qui riunito nella sua diversità e insieme nella sua unità. In un mondo che ci vorrebbe divisi, contrapposti, a volte persino nemici, gustiamo la gioia della fraternità e dell’amicizia! Dobbiamo essere più coscienti di questo dono che continuamente rinnoviamo soprattutto la Domenica attorno alla tavola della Parola di Dio e dell’Eucaristia, tavola della fratellanza, dove si manifesta l’amore di Dio per noi e per il mondo. Per questo i martiri di Abitene durante l’interrogatorio prima di essere messi a morte dissero che “sine dominico non possumus” (senza la Domenica non possiamo essere cristiani). Cari amici, allarghiamo questa tavola a tutti nell’amore che da essa scaturisce, a partire dai poveri e dai bisognosi.

Sono venuto qui tra voi dieci anni fa con due eredità spirituali che facevano parte della mia vita romana: l’amore per la Sacra Scrittura e l’apostolato nella periferia di Roma. L’insegnamento della Bibbia all’Istituto Biblico e all’Università Urbaniana si era, infatti, arricchito negli anni di un Vangelo che doveva parlare alla vita di donne e uomini periferici nella società e spesso anche nella Chiesa, che ho avuto la gioia di incontrare con la Comunità di sant’Egidio nella Roma degli anni ’70 e poi in altre parti del mondo. Ho vissuto con questo patrimonio spirituale, pastorale e culturale tra voi, trovando una comunità cristiana ricca di tradizioni e attenta alle fragilità e al bisogno spirituale e materiale della gente. Non ho fatto fatica a inserirmi in questo contesto, pur diverso da quello romano e forse un po’ anche dal mio carattere lombardo. Oggi posso dire che assieme abbiamo compiuto un percorso bello e ricco, che ci ha portato ad accogliere e a vivere di volta in volta l’insegnamento della Chiesa del Concilio, così ben interpretato dai miei predecessori vescovi di questa diocesi e come proposto continuamente dagli ultimi pontefici, a partire da San Giovanni XXIII, che oggi ricordiamo a ottant’anni dall’elezione a papa, poi quelli che vi hanno visitato, San Paolo VI e San Giovanni Paolo II, fino a papa Francesco, senza ovviamente dimenticare Benedetto XVI, colui che mi ha nominato vostro vescovo. Il percorso iniziato con la riflessione sinodale sull’Evangelii gaudium, chiesta a tutta la Chiesa italiana da papa Francesco, poi continuato con gli incontri biblici, sono un segno importante per una crescita della Chiesa diocesana in quella unità che ci dovrebbe caratterizzare e che si pone in stretta continuità e sintonia con il Vaticano II. Ringrazio tutti voi, il vicario Generale, don Nino, i vicari foranei, i sacerdoti, gli operatori pastorali, i facilitatori del percorso biblico, e tutti colo che in maniera diversa hanno contributi a rendere viva la parola di Dio. Il nostro impegno ecclesiale non si è posto al di fuori del contesto in cui viviamo, anzi è avvenuto in sinergia con le tante forze di questa nostra terra, dagli esponenti della politica a quelli dell’economia, dalle forze dell’ordine alla società civile, e con tanti con cui ho potuto condividere le sofferenze e le ricchezze della Ciociaria, tanto bella quanto a volte deturpata dagli egoismi e da troppi interessi personali che non hanno contribuito al bene comune. Di questo impegno sinergico ringrazio tutti voi di cuore.

Non vi nego che ci sono state anche fatiche e difficoltà. Tuttavia, ciò che mi preoccupa oggi non sono queste, che fanno parte della vita di tutti, soprattutto di chi è davvero in difficoltà, come lo sono i più poveri. Mi preoccupa soprattutto il continuo lamento, il senso d’insoddisfazione, il vittimismo, che sembrano caratterizzare questo tempo, impedendo di prenderci le nostre responsabilità per lavorare per il bene comune,  facendo crescere invece lo spirito di contrapposizione, il rancore, la rabbia contro tutti e tutto, la violenza di gesti e parole dette e scritte. Possibile che non esista un modo più sereno e pacifico di vivere insieme! Possibile che non si sappiano affrontare i problemi dialogando e non urlando e difendendo le proprie posizioni senza l’umiltà di confrontarsi con gli altri? Senza dialogo, cari amici, non ci sarà mai pace, non solo per i popoli e i paesi in guerra, ma neppure tra noi! Il cambiamento e il miglioramento di una vita e di una società cominciano dal dialogo.

Così avvenne quel giorno anche a Gerico, quando Gesù ascoltò il grido di quel cieco mendicante, Bartimeo. Lo volevano far tacere, come oggi si vuole far tacere il grido di tanti poveri, perché quel grido e quella preghiera infastidiscono donne e uomini preoccupati a difendere se stessi e il loro benessere. Ma quell’uomo gridò ancora più forte! Quanto forte dovranno gridare i poveri della terra per far sentire anche dal nostro mondo il loro bisogno di aiuto e guarigione? Gesù, per nulla scandalizzato dal quel fastidio della folla (anche noi ci infastidiamo quando i poveri chiedono!), lo fece chiamare. Cari amici, la guarigione di quel povero uomo cominciò da quel dialogo, che il Signore volle instaurare con lui. “Che cosa vuoi che io faccia per te?” E il cieco rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Cari amici, imitiamo Gesù. Ascoltiamo la preghiera di aiuto che si alza da tanta gente intorno a noi e lontano da noi. Non facciamo finta di niente, pensando di avere già tanti problemi e di non poter certo risolvere tutti i problemi dei poveri del mondo! Non potrai risolverli, ma da cristiano sei tenuto ad ascoltare il grido di chi chiede aiuto. E poi: ascolta a parla, perché a volte molti hanno bisogno solo di essere ascoltati e non scartati. Il dialogo è vita, è la vita del mondo, è l’inizio della guarigione dei popoli in guerra, ma anche di chi soffre ed è solo. Penso a quanti anziani avrebbero bisogno di qualcuno che li ascolta e parla con loro. Penso lo stesso dei giovani, a volte inascoltati e lasciati soli nella ricerca di risposte alle loro domande e al loro futuro. Certo, cari fratelli, già facciamo molto. Lo so. Penso all’impegno della Caritas e di Diaconia, dei centri di ascolto, delle varie comunità e movimenti che vivono nell’ascolto attento e paziente delle sofferenze degli altri. Tuttavia, oggi ci viene chiesto di più, perché quel grido si è allargato, ma non innanzitutto nel fare, quanto nell’ascoltare. Non cediamo al silenzio e al fastidio di una società che sembra preferire i muri e lo scontro all’incontro e alla compassione. Come abbiamo ascoltato nella Lettera agli Ebrei: impariamo da Gesù, il compassionevole, la compassione, quel sentimento che ci aiuta a condividere il dolore e la sofferenza perché avvenga il miracolo della guarigione e dell’inclusione. Soprattutto preghiamo! Davanti a Dio siamo tutti mendicanti e anche un po’ ciechi, perché il nostro sguardo è spesso autocentrato. La guarigione e il cambiamento, infatti, vengono dalla fede, che dobbiamo rinnovare nella preghiera e nell’ascolto di Dio che ci parla, perché possiamo contribuire a rendere migliore e più bella questa nostra terra e il mondo intero, rivestendolo della compassione di Gesù. E la Vergine Santa, tanto venerata tra noi, in comunione con i santi della nostra Diocesi, che invocheremo, stenda su tutti noi il manto della sua protezione, per essere liberati dal male e sostenuti nella fragilità e debolezza. Così anche noi con uno sguardo nuovo camminiamo dietro a Gesù assieme a Bartimeo e a tutti coloro che soffrono come lui e chiedono di essere guariti.


Amen

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Decennale mons. Spreafico