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Manifesto X anniversario Salvatore Boccaccio redux2 Tim 2,8-13; Mt 25,31.46

Care sorelle e cari fratelli, siamo qui insieme per ricordare e affidare al Signore i due vescovi che mi hanno preceduto nel ministero nella nostra diocesi e che sono tornati alla casa del Padre nello stesso anno, dieci anni fa. Non è mia intenzione ricordare gli anni del loro ministero, quanto sottolineare la continuità di un servizio alla Chiesa come espressione di unità di un popolo attorno al suo pastore, unità quanto mai necessaria soprattutto nel tempo in cui si andava costituendo la Diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino, attraverso i passaggi che voi conoscete. Credo sia importante ricordare questo momento perché, riletto oggi, si ripresenta a noi come un segno dei tempi in una società dove gli individualismi di singoli e di gruppi sembra prendano il sopravvento fino a mettere in discussione anche la vita della Chiesa e la sua unità attorno al vescovo di Roma, papa Francesco.  In questo senso monsignor Cella e Monsignor Boccaccio, pur nella loro diversa sensibilità pastorale, sono stati pastori  che hanno creduto e vissuto quanto il Concilio Vaticano II dice della Chiesa, definendola “in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1).

Monsignor Cella ne fu strumento concreto proprio perché durante il suo ministero le due diverse diocesi di Veroli e Ferentino confluirono nell’unica diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino. So che fu un passaggio sereno, a differenza di altre unificazioni. E’ un’eredità che dobbiamo mantenere. Monsignor Boccaccio portava in sé un carattere che avrebbe conservato nella nostra diocesi dopo l’esperienza romana come ausiliare e poi in Sabina: questo carattere è la romanità che guarda a Pietro come luogo di unità della Chiesa e dimensione di universalità. Anch’egli si impegnò a far crescere questa unità sacramentale e quotidiana, a cominciare dal presbiterio.

   Questa unità vive e cresce a partire dalla Parola di Dio, come abbiamo ascoltato nella lettera di Paolo, che diviene carne in Gesù e cibo di vita eterna nell’Eucaristia: “Ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, discendente di Davide, come io annuncio nel mio Vangelo, per il quale soffro fino a portare le catene come un malfattore. Ma la Parola di Dio non è incatenata!”.  Cari amici, quanto è facile incatenare la Parola di Dio. A volte la si incatena nell’individualismo, nel clericalismo o nella presunzione delle nostre convinzioni e abitudini. Persino le tradizioni, anche quelle buone, incatenano la Parola di Dio se non sono rinnovate da essa. Ricentriamo la nostra vita cristiana nella Parola di Dio, che fu il cuore del ministero dei nostri due vescovi. “La Parola che corre” era il titolo di un bollettino voluto da don Salvatore e che per un certo tempo vi ha accompagnato. Sì, la Parola deve correre, ma per correre ha bisogno di tutti, non solo degli specialisti e dei sacerdoti. Ha bisogno dei laici, delle religiose e dei religiosi, dei giovani e anche degli anziani, perché tutti ne dovrebbero essere ascoltatori e annunciatori. Il percorso biblico che abbiamo iniziato dopo la riflessione sull’Evangelii Gaudium non è in fondo che la continuazione di quanto iniziato nel passato. E qui l’impegno dei laici, la loro formazione, ma soprattutto il loro coinvolgimento nell’edificazione di una Chiesa che procede in modo sinodale crescendo nell’unità e nella comunione. Sì, grazie anche ai miei predecessori, abbiamo un bel laicato, generoso e impegnato. Ma, vi prego, lasciate da parte i particolarismi e crescete nell’unità e nella condivisione dei carismi a beneficio di tutti. Siate segno di una Chiesa che cresce insieme, che cammina insieme, come ci chiede papa Francesco!

   Infine, cari amici, non posso non menzionare un ultimo aspetto del ministero dei nostri due vescovi: la carità, soprattutto a partire dai poveri e dagli ultimi. Lo abbiamo ascoltato nel passo evangelico. Su questo saremo giudicati.  Come ho detto più volte, la carità non è appannaggio esclusivo della caritas e dei centri di ascolto, pur essendo essi un prezioso e costante segno di servizio agli ultimi – ricordo che questi ultimi, i centri di ascolto vicariali, furono il dono della diocesi a Giovanni Paolo II durante la sua visita -, ma è dimensione essenziale della vita di ogni cristiano. Siate dunque donne e uomini di carità. Amate i poveri e i bisognosi per camminare verso la santità. Siano essi i privilegiati della vostra attenzione e della vostra tenerezza, come lo furono per Gesù, nei quali Egli stesso s’identifica. In una terra che vive di tante sofferenze, ma che porta in sé una lunga storia di fede, rappresentata da una religiosità popolare ancora radicata, siamo tutti capaci di rendere viva la nostra fede in una cultura di condivisione e di dialogo, illuminata dalla Parola di Dio, raccolta attorno alla tavola della fratellanza dell’Eucaristia. Sia la nostra diocesi, siano le nostre comunità case di umanità per i poveri e i feriti della terra. Da qui, accompagnati dalla testimonianza del ministero dei nostri due vescovi, mentre li affidiamo al Signore che ringraziamo per averceli donati, chiediamo a Lui, Pastore della nostra vita, che ci guidi e ci protegga, ci liberi dal male e ci aiuti a vivere come un popolo unito dal suo amore per essere segno a nostra volta della luce della sua presenza misericordiosa. Il mondo ha bisogno dei cristiani, ha bisogno anche di noi. E infine, pregate anche per me, perché sia un pastore dal cuore buono sull’esempio di chi mi ha preceduto e ora vive nella casa del Padre.

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Fotogallery decennale Mons. Cella e Mons. Boccaccio