Ambrogio SpreaficoIl vescovo presidente della Commissione Cei per il dialogo: il documento presentato al Pontefice è di grande rilevanza

Un documento «rilevante», perché espressione autorevole della componente 'ortodossa' del mondo ebraico che riconosce il cammino positivo intrapreso dalla Chiesa cattolica negli ultimi 50 anni. È questa la valutazione che monsignor Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone- Veroli-Ferentino e presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo, offre ad Avvenire del documento consegnato ieri a papa Francesco.

Eccellenza, qual è l’importanza di questa dichiarazione?
Si tratta di un testo rilevante. È la prima volta che il mondo ebraico ortodosso offre una risposta 'ufficiale' e condivisa a quello che è stato il cammino di dialogo tra Chiesa cattolica ed ebraismo a partire dalla Nostra aetate. Ufficiale perché questo testo è stato fatto proprio dalla Conferenza dei Rabbini europei - di cui Riccardo Di Segni è uno dei vicepresidenti -, dal Consiglio rabbinico d’America e della Commissione del Gran Rabbinato d’Israele in dialogo con la Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo della Santa Sede.

Finora non c’erano stati documenti di questo livello?
Nel mondo ebraico, specialmente nella sua componente riformata, liberale, ci sono già state prese di posizione di questo genere. Ma non era ancora successo per la componente ortodossa, che ora invece lo fa. E lo fa ad un livello considerevole. Perché se è vero che negli Usa gli ebrei ortodossi sono grosso modo il 10% del totale, gran parte delle comunità in Europa e la quasi totalità di quelle in Israele appartengono al mondo ortodosso nelle sue varie espressioni.

Entrando nello specifico dei contenuti della Dichiarazione, quali sono quelli più rilevanti?
Innanzitutto il documento recepisce tutto il cammino percorso dalla Nostre aetate ad oggi, sottolineando come il magistero pontificio ha ripetuto e ribadito l’affermazione della dichiarazione conciliare che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili». Senza dimenticare la storia con i suoi aspetti negativi, come viene fatto nel preambolo. Interessante anche la parte sulla libertà religiosa con un riferimento ai cristiani perseguitati e con la condanna del terrorismo di matrice islamica e della violenza delle religioni che non può essere accettata da nessuna parte.

Nel documento si ribadisce l’impossibilità da parte ebraica di adire ad un dialogo teologico con la Chiesa cattolica.
In effetti qui c’è un accento diverso rispetto a quanto pure prospettato da papa Francesco nel discorso pronunciato nel corso della sua visita alla Sinagoga di Roma. Il che però non vuol dire l’impossibilità assoluta di un dialogo, che invece viene auspicato in altri ambiti come quello dei valori della vita, della famiglia, della giustizia e della pace che sono stati affrontati in questi anni nel corso dalle riunioni delle due Commissioni del Gran rabbinato d’Israele e della Santa Sede.

Quali sono le prospettive aperte da questa Dichiarazione?
Come ho già detto è la prima volta che mondo ebraico ortodosso recepisce in maniera positiva il cammino intrapreso dalla Chiesa cattolica a partire dalla Nostra aetate.
Ora, dobbiamo sempre ricordare che questa componente non è monolitica ma è rappresentata da varie anime, che non sempre manifestano un giudizio così positivo su questo cammino. L’auspicio è che questo testo possa essere 'contagioso' anche per quelle realtà che ancora non si riconoscono pienamente nel suo giudizio positivo sul cammino della Chiesa.

Gianni Cardinale

© www.avvenire.it - 1 settembre 2017