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Meditazione di Quaresima con gli operatori pastorali - clicca qui per la Fotogallery operatori pastorali Quaresima 2019

Domenica 17 marzo 2019
Auditorium Diocesano - Frosinone


Un Dio nella storia degli uomini



“Questa è la casa di Dio, questa è la porta del cielo”.
   Il patriarca Giacobbe stava lasciando la sua terra, quella che Dio aveva promesso ad Abramo e Isacco. Si apprestava ad intraprendere un viaggio difficile. Proprio all’inizio di questo viaggio leggiamo nel capitolo 28 del libro della Genesi ai versetti 10-19:


10Giacobbe partì da Betsabea e si diresse verso Carran. 11Capitò così in un luogo, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese là una pietra, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo. 12Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. 13Ecco, il Signore gli stava davanti e disse: "Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. A te e alla tua discendenza darò la terra sulla quale sei coricato. 14La tua discendenza sarà innumerevole come la polvere della terra; perciò ti espanderai a occidente e a oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E si diranno benedette, in te e nella tua discendenza, tutte le famiglie della terra. 15Ecco, io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questa terra, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto". 
16Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: "Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo". 17Ebbe timore e disse: "Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo". 18La mattina Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. 19E chiamò quel luogo Betel, mentre prima di allora la città si chiamava Luz. 


Giacobbe era preso dai suoi pensieri e dalla preoccupazione del futuro; non si era accorto di trovarsi nel luogo di Dio. Lì Dio gli apparve all’improvviso, e la Bibbia descrive la manifestazione divina. Quel luogo comincia ad assumere i contorni di un luogo sacro, come quando Mosè si avvicinò al roveto ardente senza rendersi conto che Dio era presente (vedi Esodo capitolo 3). Dio si fa presente. È lì, accanto a Giacobbe. Quanta misericordia in quell’essere di Dio accanto a noi, anche se molte volte non lo riconosciamo! Una scala misteriosa percorsa da angeli ci lega a Dio e ci fa scoprire la sua presenza anche nei momenti difficili della vita. Ed è bello come il racconto dica che gli angeli “salivano e scendevano” come se fossero da sempre accanto a Giacobbe sulla sua strada. L’immagine parla di angeli che prima salgono e poi scendono. Sembra piuttosto singolare. Eppure l’immagine ci aiuta a capire che, come per Giacobbe, gli angeli, cioè la presenza misteriosa e protettrice di Dio, sono sempre accanto a noi, ci accompagnano nella nostra vita quotidiana. Si potrebbe parlare con l’antica tradizione della Chiesa degli Angeli custodi.


Giacobbe perciò non può che esclamare: “Quanto è terribile questo luogo”. Terribile non si deve intendere nel senso di qualcosa che mette paura, ma come una realtà a cui si deve timore, a cui sottomettersi, di fronte a cui ci si scopre piccoli, indegni e distanti. “Principio della sapienza è il timore del Signore”, recita l’inizio del libro dei Proverbi (Prov 1,7). Il timore va di pari passo con l’amore. Senza timore di Dio non si può riconoscere la sua presenza né lo si può ascoltare ed accogliere. Infatti solo dopo questa affermazione Giacobbe può affermare la santità di quel luogo: “È la casa di Dio”. Dio non ha disdegnato di farsi una casa tra gli uomini, di venire ad abitare in mezzo a noi, rendendo in qualche modo visibile la sua presenza pur sempre misteriosa. La casa di Dio è anche “porta del cielo”. Essa ci fa alzare lo sguardo da noi stessi, è una porta attraverso cui possiamo incontrare il Signore. Il re Salomone esclama dopo aver portato a termine la costruzione del tempio di Gerusalemme: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita! Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica, Signore mio Dio; ascolta il grido e la preghiera che il tuo servo oggi innalza davanti a te. Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: Lì sarà il mio nome. Ascolta la preghiera che il tuo servo innalza in questo luogo.” Salomone, come noi del resto, si meraviglia della condiscendenza divina, che si è abbassato fino a venire ad abitare tra gli uomini. Quale mistero di amore accompagna questo abbassamento, che si compie definitivamente nel mistero dell’incarnazione del Signore Gesù, figlio di Dio.


“La Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, dice il prologo del Vangelo di Giovanni a proposito di Gesù (1,14). Gesù, Parola eterna del Padre, è venuto ad abitare in mezzo a noi. La sua presenza, tempio del Dio vivente, non elimina tuttavia la necessità di uno spazio fisico dove incontrarlo. Questa necessità viene espressa in maniera molto bella nel capitolo 33 del libro dell’Esodo.


Avviciniamoci con gioia e timore al luogo di Dio, come ci propone Es 33,5-11:
5Il Signore disse a Mosè: "Riferisci agli Israeliti: "Voi siete un popolo di dura cervice; se per un momento io venissi in mezzo a te, io ti sterminerei. Ora togliti i tuoi ornamenti, così saprò che cosa dovrò farti"". 6Gli Israeliti si spogliarono dei loro ornamenti dal monte Oreb in poi.
7Mosè prendeva la tenda e la piantava fuori dell'accampamento, a una certa distanza dall'accampamento, e l'aveva chiamata tenda del convegno; appunto a questa tenda del convegno, posta fuori dell'accampamento, si recava chiunque volesse consultare il Signore. 8Quando Mosè usciva per recarsi alla tenda, tutto il popolo si alzava in piedi, stando ciascuno all'ingresso della sua tenda: seguivano con lo sguardo Mosè, finché non fosse entrato nella tenda. 9Quando Mosè entrava nella tenda, scendeva la colonna di nube e restava all'ingresso della tenda, e parlava con Mosè. 10Tutto il popolo vedeva la colonna di nube, che stava all'ingresso della tenda, e tutti si alzavano e si prostravano ciascuno all'ingresso della propria tenda. 11Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico. Poi questi tornava nell'accampamento, mentre il suo inserviente, il giovane Giosuè figlio di Nun, non si allontanava dall'interno della tenda.


Si descrive la tenda del convegno, luogo dove Mosè entra per incontrarsi con Dio mentre è accompagnato con lo sguardo da tutto Israele. Ma prima Israele si deve spogliare dei suoi ornamenti. Non si può incontrare il Signore come se fossimo a casa nostra. Ci si deve spogliare di qualcosa di noi stessi, delle nostre ricchezze, di quello a cui forse teniamo di più e che facciamo fatica a lasciare. Nel racconto si respira un’aria solenne. La sintonia di Israele è tutta costruita intorno a quella tenda dell’incontro. Si percepisce la presenza di Dio, presenza che crea comunione e unità. L’azione del v.7 è la conclusione di tutto quel movimento che avvicina a Dio: Mosè esce verso la tenda – il popolo si alza e sta all’ingresso delle proprie tende – guarda verso Mosè fino a quando entra nella tenda dell’incontro – all’ingresso di Mosè scende la colonna della nube – si posa sulla tenda  - parla con Mosè – il popolo vede la colonna, si alza e si prostra --- Il Signore parla a Mosè faccia a faccia. Assistiamo a un movimento che porta progressivamente verso l’intimità del rapporto personale. Mosè entra – scende Dio (colonna di nube) – parla con Mosè – il Signore parla faccia a faccia. Dio appare solo alla fine del movimento, prima se ne descrive solo la presenza che si avvicina. Tutti sono attirati dalla tenda, luogo della presenza di Dio, e si crea un movimento sintonico, che accompagna Mosè, il quale è l’unico che può parlare faccia a faccia con Dio. L’intimità è espressa qui dalla parola. Dio parla a tu per tu. Stupendo quel tentativo di descriverne il significato con un linguaggio che gli esegeti chiamano antropomorfico: “Come un uomo parla al suo amico”. La parola rivolta a Mosè crea una certa somiglianza tra Dio e uomo quasi nel senso inverso: Dio sceglie un elemento tipicamente umano per entrare in relazione con l’uomo. Sono di fronte, faccia a faccia, a tu per tu. È Dio il soggetto, è lui che rende possibile questo incontro straordinario. Contempliamo l’abbassamento di Dio nella parola fatta carne. Si nasconde qui il senso profondo della Bibbia come parola di Dio, quella parola che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Il volto di Dio è innanzitutto un volto che parla. Questa peculiarità della rivelazione ebraico – cristiana non finirà mai di stupire e di caratterizzarsi nella sua forza rinnovatrice e dirompente. Dio “parla faccia a faccia”, parla di fronte all’uomo, stabilisce con lui un dialogo, parla e l’uomo risponde. È il dialogo dell’alleanza: Dio parla con Mosè, Mosè con il popolo, il popolo ascolta e accoglie le parole che riceve. Dice la Dei Verbum al paragrafo 13: “Nella Sacra Scrittura dunque, restando sempre intatta la verità e la santità di Dio, si manifesta l’ammirabile condiscendenza della eterna Sapienza, «affinchè possiamo apprendere l’ineffabile benignità di Dio e quanto Egli, sollecito e provvido nei riguardi della nostra natura, abbia contemperato il suo parlare» (Giovanni Crisostomo, In Gen 3,8; PG 53,134) Le parole di Dio infatti, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare dell’uomo, come già il Verbo dell’Eterno Padre, avendo assunto le debolezze della natura umana, si fece simile all’uomo.” Cari amici, riscopriamo il senso della Parola di Dio nella nostra vita . E’ quanto stiamo cercando di fare con il percorso biblico. Ma, direi, riscopriamo il senso della parola nella vita quotidiana, in un mondo in cui ci si parla poco e ci si ascolta ancor di meno, in cui la parola è espressione dell’istinto, è lasciata alle chat, ma non diventa luogo d’incontro e di dialogo.



Questo incontro, centrato sulla parola, trasfigura Mosè. Sembra esprimerlo Es 34,34-35, che racconta di Mosè che riferiva agli israeliti le parole ricevute da Dio. Si parla del monte, non della tenda; ma si dice che Mosè usciva, quindi c’è forse una sovrapposizione di due momenti, uno riguardante il monte, l’altro la tenda: “Una volta uscito riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. Gli Israeliti guardavano in faccia Mosè, vedevano che il volto di Mosè e che la pelle del suo volto era luminosa. Poi egli si rimetteva il velo sul suo volto finchè non entrava a parlare con lui.” (cf. Es 34,30) Sembra quasi la continuazione e la conclusione di Es 33,11. Dio parla faccia a faccia, e la faccia di Mosè cambia aspetto. Era luminosa, dice il testo. Poniamoci la domanda di come sono le nostre facce quando usciamo dalla messa. Non dovrebbero essere come quella di Mosè, cosicché quando gli altri ci incontrano siano attratti da un volto che esprime la presenza di Dio? Proprio oggi il Vangelo ci ha parlato della trasfigurazione di Gesù sul monte. Penso sempre a questo racconto così bello come al Signore che nel suo giorno, come fece con i discepoli turbati per le parole appena loro confidate, ci fa salire dalla fatica della nostra vita quotidiana, dalle incertezze e dalle paure, verso il monte della sua presenza, dove lo incontriamo luminoso nella celebrazione della Santa Messa. Dalla bellezza del Signore potremo anche noi uscire trasfigurati dicendo, dopo aver gustato la gioia della sua presenza ed esclamato con i discepoli: “E’ bello per noi stare qui!”    

Così nel luogo di Dio si può parlare faccia a faccia con lui. È il dialogo della preghiera personale e comune, che unisce ognuno di noi ai fratelli della comunità quasi nella stessa sintonia che univa quel popolo a Mosè. È quel dialogo che raggiunge il suo culmine nell’Eucaristia della domenica. Per realizzare questo incontro trasfigurante e misterioso bisogna uscire dalla propria tenda, cioè da casa propria innanzitutto, poi dalle proprie abitudini, e andare incontro al Signore con la comunità dei fratelli e delle sorelle. Abbiamo tutti bisogno di questo luogo santo dove consultare il Signore.


Per questo il luogo di Dio è e deve essere bello. Tutti ne devono avere cura. La cura del luogo è parte essenziale dell’incontro delle nostre comunità con il Signore. Penso a chi lo tiene ordinato, a coloro che leggono la Parola di Dio (mai dal foglietto, vi prego!), a chi serve all’altare preparandosi, ai ministri straordinari della comunione, ai catechisti, al coro, a tutta la comunità riunita, ognuno in unità con gli altri e tutti rivolti solo a Gesù, dove l’unica competizione permessa non viene dal ruolo ma è l’umile servizio al Signore. È il luogo della festa e dell’incontro. Lo descrive molto bene il profeta Ezechiele dal capitolo 40 in poi del suo libro. Dalla casa di Dio sgorga un torrente di acqua viva. È l’acqua dello Spirito Santo, quella del Battesimo che feconda a vita nuova. È anche l’acqua della Parola di Dio, che scende e irrora la terra producendo i suoi frutti (cf. Isaia 55). Nel luogo di Dio, infatti, noi abbiamo la grazia di ascoltare la parola di Dio, il Vangelo di Gesù. Esso è un tesoro prezioso, perché è quella parola eterna di Dio che è divenuta carne nella vita del Signore. Nella chiesa, luogo dell’incontro con il Signore, noi siamo ammessi al suo banchetto e ci nutriamo del suo pane di vita eterna. Come Giacobbe attraverso la porta della casa di Dio ci avviciniamo a Lui scoprendo il cielo del suo amore e della sua misericordia. Che ognuno di noi possa unirsi al salmo che esclama: “Quale gioia quando mi dissero: “Andremo alla casa del Signore”. (Salmo 122,1).

+ vescovo Ambrogio


E' possibile rivedere il video dell'incontro qui

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