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silverio e ormisdaCare sorelle e cari fratelli,

è con grande gioia che ci troviamo insieme per celebrare la conclusione liturgica del giubileo indetto lo scorso anno per celebrare i 1500 anni dalla elezione a Vescovo di Roma di Sant’Ormisda, nostro concittadino. Celebrare la memoria di un santo, che oggi si unisce a Silverio, anche lui vescovo di Roma, è sempre un motivo importante per una comunità per riscoprire non solo la sua storia, ma anche per ritrovare il filo rosso di umanità e di civiltà che la lega ai suoi antenati.

  Ormisda fu un grande del suo tempo, tempo difficile per la Chiesa, che era segnata da varie eresie che avevano portato alla divisione tra Chiesa di Roma e Chiesa di Costantinopoli, tra Occidente e Oriente. Ormisda fu eletto vescovo di Roma, e quindi Papa, il 20 luglio 514. Da semplice diacono qual era, non si perse d’animo, non si rassegnò alla divisione ma lottò con pazienza e sapienza per giungere all’unità e per gustare di nuovo il dono della pace. Proprio per questo abbiamo voluto sottolineare durante quest’anno il suo messaggio di pace e di unità. Questa sua preoccupazione viene testimoniata dalle numerose lettere indirizzate all’imperatore che risiedeva a Costantinopoli e ai vescovi dell’oriente. Scrive in una delle prime lettere all’imperatore Anastasio Augusto: “La pace è il principio di ogni bene, della quale niente si può considerare più valido per il culto della fede cattolica, niente di più sublime: a favore di questa naturalmente bisogna fare ogni cosa e sostenere ogni iniziative da parte di colui che desidera essere un vero discepolo delle Sante Scritture. Risulta evidente che Cristo, Signore nostro, abbia affermato che questa è la madre di tutti i beni dicendo: “io vi do la mia pace, io vi lascio la mia pace” (Lettera del 4 aprile 515, tradotta da Umberto Capena). Unità e pace sono due caratteristiche essenziali del Vangelo di Gesù, che Papa Francesco ci ricorda molto spesso.

   Cari amici, vorrei soffermarmi brevemente su questo messaggio. Noi siamo in un mondo difficile, dove gli egoismi e i particolarismi creano inimicizie e divisioni. Purtroppo sembra a volte che ci si abitui allo scontro, alla difesa di se stessi e delle proprie ragioni, alla prevaricazione e alla prepotenza. Non si tratta solo della guerra o del terrorismo, ma della vita quotidiana, di un modo di vivere e di rapportarsi tra noi. Chi è disposto a fare un passo indietro o a rinunciare  a qualcosa di sé pur di non rompere l’unità? Chi ricerca pazientemente il dialogo con umiltà pur di vivere in pace con gli altri? Mi sembra piuttosto che nella vita siamo istintivamente più pronti a difendere noi stessi e i nostri interessi piuttosto che a condividere con gli altri ciò che ci appartiene. Per questo diventa difficile il dialogo ad ogni livello del vivere insieme. Come abbiamo ascoltato nella prima lettura, chi ha responsabilità di vario tipo sulla vita degli altri, il pastore, - ma tutti in qualche modo ne abbiamo - si dovrebbe chiedere: come esercito il mio compito verso gli altri? Lo faccio per interesse o ricerco il bene comune? Spadroneggio o servo?  Sono domande che oggi ci vengono poste di nuovo dai nostri patroni e dalla Parola di Dio nel tempo difficile che attraversiamo. Quest’anno come Chiesa abbiamo assaporato il dono dell’unità, imparando a lavorare di più insieme. Ringrazio i sacerdoti e i laici delle parrocchie di Frosinone per il lavoro comune che ci ha permesso di rendere tutti più coscienti della testimonianza di questo nostro concittadino.

   L’enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” ci aiuta a riflettere sugli effetti disastrosi che l’interesse per sé e l’egoismo hanno provocato in questa nostra bella terra per l’ambiente umano e materiale: inquinamento, malattie, distruzione del territorio, disoccupazione, ingiuste disuguaglianze, corruzione, criminalità economica organizzata, consorterie di malaffare. L’interesse per sé inquina sempre ogni bellezza e rende impossibile la convivenza abbassando la qualità umana della vita e le speranze per il futuro soprattutto delle nuove generazioni. In questo contesto diventa normale quanto stridente cercare dei capri espiatori per togliersi da ogni responsabilità, come se le cause dell’attuale crisi economica provengano da fuori o da minoranze a cui addossare la colpa. Così oggi sono diventati i profughi i capri espiatori di una situazione drammatica del nostro paese, a cui certo essi non hanno contribuito. Oggi, nella giornata mondiale del rifugiato e dei richiedenti asilo impariamo a capire innanzitutto il dramma di chi fugge da guerre, violenze, miseria, abbandono. I cristiani della Siria o dell’Eritrea non lasciano certo il loro paese per piacere. A livello mondiale nel 2014 coloro che sono stati costretti ad abbandonare la loro terra sono stati quasi 60 milioni, ben 8 milioni in più del 2013. Che vergogna l’indifferenza e addirittura il rifiuto di alcuni paesi europei ad accogliergli, nonché quanto sentiamo di disprezzo e di rifiuto quotidianamente anche nel nostro paese. E’ fin troppo facile fomentare paure e scaricare responsabilità, magari per prendere qualche voto in più!  Cari amici e cari concittadini, non uniamoci a costoro! I cristiani e gli uomini saggi sanno assumersi le loro responsabilità per il bene comune senza dover cercare qualcuno a cui addossare colpe che non hanno.

   Chiediamo oggi ai nostri santi patroni la saggezza e l’umanità di una vita al servizio del bene. Alleiamoci per il bene e contrastiamo il male in ogni sua forma. Ricordiamoci che a volte anche le parole fanno male. Meglio star zitti invece di sparlare, di criticare o di condannare. Sant’Ormisda ci insegni la pazienza dell’incontro e del dialogo, perché diventiamo tenaci costruttori di pace e di unità. San Silverio, morto martire per non rinunciare alla fede cristiana e al suo compito di pastore, ci aiuti a capire e a vivere la vita come dono e non come possesso. Questa sarà la nostra libertà, libertà di amare e di servire, l’unica vera libertà che porta alla felicità. Il resto è solo illusione e inganno.  Che il Signore Gesù, per l’intercessione dei nostri santi patroni, custodisca noi tutti abitanti di questa città, soprattutto i deboli, i malati, i disoccupati, i poveri, nell’unità e nella pace.

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